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Cultura - LibriEmma Fenu

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05 Novembre 2015
'Enza Venturelli: vi racconto il mio Cosimo Cristina', un romanzo di Roberto Serafini.
di Emma Fenu



'Enza Venturelli: vi racconto il mio Cosimo Cristina', un romanzo di Roberto Serafini.
Enza Venturelli:
vi racconto il mio
Cosimo Cristina

Ha dovuto aspettare troppo il volto della verità, chiuso in un feretro. 

Ha dovuto aspettare troppo l’urlo della la verità, attutito dal rumore dello sferragliare di un treno. 

Hanno dovuto aspettare troppo le membra della verità, legate fra le carte di un archivio. 

Finché la verità è stata libera. 

 

Oggi tutti conosciamo la storia di Cosimo Cristina, quella vera.

Sappiamo che fu un giornalista onesto e coraggioso, vittima della mafia a soli 24 anni.

Correvano gli anni ’50 quando il giovanissimo Cosimo, nato a Termini Imerese,  lavorava per l’Ora, il Giorno, Il Messaggero, il Gazzettino e l’Ansa.  Addirittura  fondò e diresse a Palermo il periodico Prospettive Siciliane, che vantava il motto di scrivere della Sicilia “senza peli sulla lingua”, indagando su atti mafiosi senza omettere nomi di personaggi ritenuti intoccabili.

 

Il 5 maggio del 1960 venne rinvenuto il suo cadavere sui binari delle ferrovie all'interno della galleria Fossola: il caso fu archiviato come suicidio. Sei anni dopo venne fatto riesumare il corpo per condurre una mai eseguita autopsia, ma, ancora una volta, la verità non emerse e il caso fu archiviato.

 

Ma, grazie alla sete di giustizia di tanti, da una quindicina d’anni, Cosimo Cristina figura, giustamente, fra i giornalisti assassinati dalla mafia.

 

Si può morire per le parole.

E attraverso nuove parole risorgere.

Molti hanno scritto del giovane dal pizzetto e gli occhi verdi e della sua vicenda professionale. Roberto Serafini, nel suo libro “Enza Venturelli: vi racconto il mio Cosimo Cristina”, ci svela il lato più intimo e dolce dell’eroe, attraverso il racconto della sua di allora fidanzata e la pubblicazione del loro scambio epistolare, che annovera ben un centinaio di missive.

Il romanzo è ossimorico e straziante: il lettore conosce l’epilogo, perciò non può non provare tenerezza per un amore giovanile puro, innocente, assoluto, costruito sul sogno di un futuro da compiersi. Un futuro che mai si sarebbe realizzato, e Cosimo, alla fine, lo sapeva bene, al punto da invitare la sua amata “bambolina” a lasciarlo e a godere della vita, creandosi, con un altro, una famiglia serena.

 

Lei non lo fece, né allora né mai.

 

Continuò la sua vita, nonostante lo strazio e le velate minacce, tuttavia non amò nessuno come Cosimo, che fu il primo uomo di cui imparò a fidarsi, essendo cresciuta con un padre lontano e affatto presente, e che fu il primo che baciò, prima con pudore di bimba, poi con trasporto di donna.

 

Baci e lettere che non muoiono, destinate all’eterno della memoria, dove infinite foto catturano istanti come stelle appuntate su un cielo che unisce le anime, per sempre.

 

 «Oh! Enza mia cara! Come è bello amare, ma questo amore mentre fa felici due persone, le rende nello stesso tempo infelici. Non si può rimanere sempre accanto e, così, quando si è soli ci si sente tristi poiché in precedenza si è gustata la gioia che l’amore dà a due esseri. […] Mi trovavo invece lontano da te sebbene sotto lo stesso cielo, sotto le stesse stelle.

 

[…]Scorsi ad un tratto una stella più grande delle altre, la osservai a lungo e le dissi: ““Oh, mia stella che splendi così chiara in cielo. Tu oggi ti chiamerai Enza come il mio amore. La mia bambina sarà una tua amica. Ti prego, vai da lei, dalla mia e dalla tua Enza, forse come me non dormirà, forse sognerà di me. Entra nella sua stanza, ma non fare rumore: potresti svegliare gli altri, avvicinati a lei, dalle un bacio sulla fronte e sussurrale nell’orecchio che io l’amo, l’amo immensamente e che in questo momento mi sento triste per non averla accanto. Dille, stella mia, che oggi sono stato veramente felice, ma avrei voluto rimanere sempre accanto a lei. Baciala forte per me, ha bisogno di affetto, perché è sola. Ha soltanto me e mi ama ancor di più di quanto io l’ami”».

(Lettera del 16 febbraio 1959)

 

Emma Fenu









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