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Cultura - SocietàStefania Castella

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25 Novembre 2018
In piazza contro la violenza sulle donne.
di Stefania Castella



In piazza contro la violenza sulle donne.
25 novembre contro la violenza sulle donne

La premessa è necessaria, un solo giorno in memoria per qualunque dolore, non basterebbe. Un solo giorno per ricordare non può bastare, ma può essere la goccia in un mare di disinteresse, e se può servire come una piccola fiammella per fare piano una luce più grande, allora nessuna parola è sprecata, nessuna iniziativa sarà sprecata. È il 25 novembre il giorno in cui si ricorda i numeri del femminicidio, il giorno in cui si stampa ovunque una parola che ricordi la brutalità che si compie troppo spesso tra le mura domestiche e fuori, senza nessun limite di età o di razza, senza alcuna distinzione. I numeri che la raccontano sono un’allucinazione. Una donna ogni settantadue ore: Muore. Muore sotto la prevaricazione violenta della mano sbagliata data a chi si credeva troppo spesso, l’amore della vita. Perché nella maggior parte dei casi, le vittime sono compagne, madri, fidanzate che un attimo prima, abbracciavano l’uomo che poi le avrebbe cancellate per sempre. Dati alla mano, l’aggiornamento statistico curato da Eures in vista proprio della giornata internazionale contro la violenza sulle donne ci dice che nei primi dieci mesi dell’anno in Italia, le vittime di femminicidio sono state 106, dati in costante aumento. Più di tre a settimana, buona parte delle quali, vittime di mani conosciute, vicine. E l’ultimo anno si conta sia stato quello col numero più elevato di vittime, dal 2000 ad oggi. Segno che il fenomeno orrendo non tende a diminuire, che la brutalità che pur si racconta ogni giorno, non scalfisce l’egoismo di chi pensa ancora: “O con me, o con nessun altro”. E se gli esperti sottolineano che la furia e i conflitti maggiori pare si scatenino soprattutto all’interno di nuclei familiari, all’interno di coppie unite e legate da figli, resta in chi rimane, (spesso creature piccole che vivono il buio della violenza passiva mescolato al senso di colpa per l’impossibilità di aiutare o sostenere o proteggere il familiare vittima) il vuoto della perdita di ogni riferimento e Il quadro diviene ancor più devastante. La donna che perde la vita, non è la sola vittima in questi casi, i figli che sopravvivono alle madri uccise dalla mano familiare, sono loro stessi, due volte vittime. E mentre ancora oggi, si grida che la denuncia è la strada che può permettere di uscire da labirinti di sopraffazione, come dimenticare le urla di tante donne che pur dopo le denunce e una violenza perpetratasi in crescendo, siano in molti casi, urla che cadono nel vuoto. Ultimo in ordine di tempo, il caso si P. donna che a Rimini dopo aver sopportato la brutalità del marito per una vita intera ad un passo dalla convalida del provvedimento di allontanamento, ha ceduto togliendosi la vita. L’uomo si è visto le manette intorno ai polsi dopo la denuncia della figlia sulla quale avrebbe iniziato lo stesso “trattamento” riservato alla moglie. Uomini-padroni che celano la debolezza dietro la brutalità. Troppe le donne che attraversano la violenza ripetutamente, troppe a nascondere segni e non trovare forza e coraggio per uscire dal limbo. Giornate come quella del 25 novembre, in cui insieme si urla più forte, possono essere se non la soluzione, almeno un megafono per chi voce non riesce ad avere. Come i megafoni delle migliaia scese in piazza a chiedere leggi adeguate, adeguata preparazione, a protestare per i posti letto di centri d’aiuto, che l’Europa denuncia come mancanti per chi, ha la necessità di fuggire dal contesto domestico. Queste morti annunciate infatti sono spesso legate a situazioni in cui tante, si trovano costrette a restare, perché legate a doppia mandata al proprio carnefice, per condizioni economiche inadeguate, per indipendenze mai raggiunte. Tante le campagne lanciate in questi giorni che serviranno ad accendere il fatidico faro nella nebbia dell’oblio, che può accadere, perché nella conta delle vittime, spesso le cadute di queste orribili guerre, lette sui giornali, diventano numeri, e numeri non sono. C’è bisogno di insegnare, di raccontare, di accompagnare, in percorsi di protezione e fiducia, percorsi di consapevolezza, a partire dalle scuole, da chi sarà adulto domani, e dovrà necessariamente imparare il rispetto anche dell’amore, che non è proprietà. Così che l’ultimo fatidico appuntamento, non sia veramente un ultimo appuntamento da leggere poi su un quotidiano il giorno dopo. “Chi ti ama non ti picchia. Chi ti picchia non ti ama” Il tatuaggio da tener scritto nel cuore, ogni giorno oltre il 25 niovembre.








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