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RaccontiStefania Castella

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15 Aprile 2017
Nell'ultima scena.
di Stefania Castella



Nell'ultima scena.
una diva negli anni '30

Lo so che mi guardi. So che mi scruti come fanno tutti e tu un po’ di più. Sei tu che mi hai cercata io ero al mio posto e tu sei arrivato e hai preso tutto. “I fiori signorì” e il profumo riempiva la stanzetta. Io sorridevo, i primi tempi sorridevo, annusavo quei fiori prima di annusare te. Non sei mai stato particolarmente bello ma non si poteva non restare incollati al tuo sguardo. Ti ho visto a una prima, una folla di gente, rumori e vocìo e fumo e facce perdute tra altre. Tu primo attore, riempivi la stanza, riempisti i miei occhi mai più sazi di te. Io che fino ad allora ero stata qualcuno, a tenerti davanti non fui più nessuno. E pensare che prima di allora mai per nessuno fermavo il mio sguardo men che meno il cuore. Il dottore, archiviato, poverino vendette ogni cosa soltanto per me; quei due che per poco finivano al fiume a dividersi me come fossi un pezzo di carne da dare al macello, loro si riempivano di botte, io riempivo la mia borsa e sparivo, lontano. Poi quello lì, quel filosofo, quel professore, il più straziante di tutti. Dopo che l’ebbi lasciato finì in casa di cura. E Cura, io mi sarei presa cura di te, come mai nessun altro si sarebbe mai, preso mai, cura di me. E a pensarci la mano che ti strinsi che mandò quell’impulso dalle dita fin al cuore, l’avrei dovuta slacciare da subito e invece a slacciarsi fu altro. Il corpetto, la gonna e un fugace momento restò impresso più a fondo. E divenne purtroppo la mia malattia. Le sere a teatro, corroso di rabbia e di gelosia, le fughe improvvise, quello struggersi e lacrime che asciugavo da sola. “Scrivimi, adesso” ma quante, ma quante parole ti ho scritto nell’impeto di quell’inferno che sembrava d’amore. So che mi amavi, a tuo modo mi amavi, nel riflesso, nel gesto nella piega di ogni tuo sguardo vedevo i miei occhi. Nelle notti di lacrime che passavo da sola, perché tu volevi restare da solo, nelle notti in cui stretta ti tenevo stretto e sentivo che allo stesso modo ti sentivi solo. “Resta con me.” Pronuncio parole mai dette fin ora, scongiuro, ti imploro mi devasta il pensiero che ogni volta che andrai non ritornerai indietro. E ogni volta ricomporsi è uno strazio. In scena ogni passo diventava un macigno da tenere dentro. Il pensiero di te. “E’ tardi non dormi?” “Non dormo ti penso” “Mi dicono di un tipo con cui ti hanno vista” ed io ti pregavo di credere a me “Solo voci, lo sai che son solo voci” E piangevo ed urlavo e cercavo la quiete nel veleno di sorsi amarissimi. Dovevo vederti o non vedere più nulla. “Ti prego ti devo parlare” la scusa banale di tutte le volte che morivo per te. “Non lo vuoi capire è finita, davvero” Perché ti vergogni, perché non mi vuoi, perché mi hai ingannata col tuo sguardo di miele, il sorriso elegante, le mani di seta, ti tengo più forte non ti lascerò andare, ti stringo, ti bacio, mi perdo ti perdi, mi dici “E’ finita” è finita davvero, è finita per me, guardo fuori e c’è il mondo e vi scorre la vita, nel rumore di fuori. Ti strattono, mi guardi con gli occhi di fuoco, la camicia impeccabile mi cede tra le unghie, uno strappo ti sembra uno schiaffo che non si perdona. E non mi perdoni? E non te lo chiedo, afferro qualcosa di troppo pesante ti volti è un secondo. Perdonami amore, la camicia di seta bianchissima, si allarga una pozza di rosso cupissimo. Mi alzo, mi scanso, mi vesto di fretta. Ti guardo per l’ultima volta. Ti ho amato davvero. Ti ho amato e mi chiudo la porta alle spalle, mi muovo leggera, con la testa alta. Esco di scena per l’ultima volta, e per una volta sono io soltanto la prima attrice.









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