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02 Dicembre 2017
Nel tuo abbraccio. Rinascere.
di Stefania Castella



Nel tuo abbraccio. Rinascere.
Anoressia.

Il vetro è appannato disegno col dito dei cerchi, concentrici e concentrati uno nell’altro, sento il gelo salire alla mano mentre si apre il riflesso scarnissimo del mio viso immobile. Non mi riconosco.

Cerchi nei cerchi che stringono vita e ricordi, la bimba che gira che fa un girotondo, cade sorride si rialza ruota, mai stanca. Sento le voci di compagni di scuola, sento gli sguardi e le risa sottili, che i bambini sanno essere crudeli pur non conoscendo la vera crudeltà. Sono così piccola, così fragile. Così troppo diversa, troppo grossa, troppo ingombrante, timida, inutile, da volersi nascondere, quel corpo mi espone e io voglio nascondermi, io non mi appartengo, non mi appartiene nessun posto, nessuna sua ostinazione nel pensarmi diversa. Io impacciata, mi infilo tra le ultime dell’ultima fila a danza, per sfuggire ai suoi occhi. Ostinatamente il suo sguardo di madre, mi segue attentissima, a lei mi nascondo per prima, le pupille sue, spilli, che pesano ogni mio grammo, e bucano la mia infinita ingombrante presenza. Da sola quando evado da lei, ingoio quel che posso, che resta di quello che è il suo controllo perenne. Mai un etto di più, mai un sugo condito di buono, mai un dolce che rompa un giorno che non sia di festa, di festa decisa soltanto da lei. E divento una cosa che non sa manovrare. Il suo fallimento, il riflesso imperfetto di una vita che pretende perfetta, allineata come lei vuole essere. “Abbracciami. Ho freddo”. Lo sento qui dentro, è un freddo perenne. Non posso scaldarmi, mi scuotono i brividi, che io mi ricordi, se adesso ricordo, ho il freddo che copre ogni giorno passato. Non le ho mai detto che il bisogno di starle vicina mi avrebbe tenuta un po’ il cuore al caldo. “Abbracciami, ti prego “ma avevo paura di stringermi al suo corpo perfetto, sottile, perché non sentisse nel mio quella forma diversa, di cui vergognarsi era l’unica forma d’amore per me. E nascondermi da ogni richiesta d’affetto. Come voleva lei, perfetta come voleva lei, io non sarei mai stata, toccava restare in un angolo rannicchiata nel buio per non farsi più male.

Quel tempo passato, non passava mai, la fila alla mensa tra banchi di scuola quando diventi più grande, e la risatina diventa tagliente, una lama che scava nel cuore. In mano un vassoio una sedia distante dagli altri, io non ero il centro di nessuno di loro, io ero da sempre, da un’altra parte, loro distanti, un muro gigante davanti ai miei occhi. Il viaggio al ritorno con il mano il vassoio, non lo avrebbe mai visto nessuno, pulito, intatto, non toccavo niente. 

E’ stato lentissimo, lentissimo e semplice, ed io lo vedevo lo sguardo di adesso. Una volta soltanto, la prima di tutte quando ho visto la luce riflessa negli occhi severi “Oh mio Dio, visto com’è largo il vestito? Amore lo vedi che con un po’ d’impegno…” Con un po’ d’impegno mi avresti potuta anche amare. Con un po’ d’impegno prendevo la forma che dentro esplodeva nell’urlo che mai sulla faccia ti piantai come volevo. “Certo mamma, sto bene. Adesso sto bene”. Rifacciamo l’armadio che adesso non entra nessuno di quegli abiti insulsi che sono più grossi di me di tre taglie. Il resto di quello che ero è finito in silenzio, nascosto, tra lacrime e il cesso di casa, lo sciacquone a ripulire la forza che dovevo trovare. Un’altra me stessa andava per sempre, felice di quella tua faccia felice. Sono al margine, come una nota che non c’entra che devi ricordarti di tenere in mente, i miei quindici anni, sono stati così. Adesso volevo restare nel centro di un foglio di una storia della vita che scrivevo per me.

“Mi chiamo Marica, ho quindici anni e nessun’amica. Ho addosso il peso leggero e pesante di quella che ero. Una ragazzina troppo sola. Troppo grossa, troppo debole. Ho addosso il peso di chi ride di me. Quelle risate rimbombano sempre. Ho smesso di mangiare per smettere di esistere davanti allo specchio degli occhi degli altri. Per non sentire nessuna risata. Ho smesso di mangiare per cambiare la forma di un corpo che non mi voleva, che non voleva appartenermi. Ho smesso per comprare il suo abbraccio come si compra un rossetto illudendosi che possa servire a cambiarci. Ho smesso di mangiare per tornare bambina e ancora di più, una piccola forma minuscola, perduta in un abbraccio d’amore”.

Una lettera rimasta nascosta nel cuore.

Faccio cerchi col dito su un vetro appannato. Gira rigira la gonna di Miriam la mia piccola vita. “Guarda come giro sono brava? Guardami vedi, ho una gonna bellissima, è bellissima vero mamma?” 

Guardo le sue mani piccole, le sue gambe sottili venute da me, dal mio corpo invisibile, dicevano che non era possibile. Dicevo anch’io che non era possibile. Credevo alle sue labbra che stringevano forte parole di rabbia: “Sei così, così... Non ci pensi a te? Non ci pensi a me?” …

Non ci penso più a te. All’amore che ti dicono di non meritare.

Dicevi che no, che non era possibile che non potevo trovare nessuno disposto ad amarmi. Ed io ci ho creduto. E ho punito me stessa cercando un abbraccio, l’ennesimo, nel posto sbagliato. Non potevo credere che anche lui non ci amasse, così tutt’a un tratto, che il mio corpo rotondo riempito di vita, non lo avrebbe potuto accettare. Anche lui. Che il mio corpo rotondo e improvviso non si spezzasse al cuore disfatto, alla vita che nasce. Riprendere vita. Nonostante quei vuoti. Non potevo farcela. E invece no. Contro ogni cosa, io potevo riprendere a vivere, anche senza di lui. Anche senza di te. Anche senza quel po’ di calore cercato da sempre. Anche senza.

“E’ bellissima. La tua gonna è bellissima amore, bellissima. Tu sei bellissima” Mi scaldo all’amore più grande e qualcosa che cambia lo ritrovo ogni volta. Oggi mamma è la parola che sento, mi nutre d’affetto mi dona la forma, una forma che imparo a conoscere.

La risposta che sento è un abbraccio di vita che non teme più nulla. 

 









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