Il tamburo di latta, oltre ad essere la prima parte della trilogia di Danzica dello scrittore tedesco Günter Grass, (vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1999), è la sua opera prima, pubblicata nel 1959. Pensare che questo sia un romanzo d’esordio fa un po’ impressione, data la grandezza, complessità e ricchezza dell’opera.
Il protagonista è un nano, Oskar Matzerath. Oskar è un nano atipico, nel senso che la sua statura è tale perché fino ai vent’anni il ragazzo ha arbitrariamente deciso di non crescere. Non ha mai superato la statura raggiunta a tre anni come dispetto nei confronti del padre e del mondo che lo circonda.
La deformità di Oskar è dunque una reazione volontaria all’universo demoniaco, crudele e miserabile della storia privata e universale che si intersecano nella vita del protagonista.
Il romanzo fonda aspetti surreali, come la voce ultrasonora del nano in grado di infrangere il vetro o l’indigestione volontaria di anguille della madre che provocherà la sua morte, alla storia assolutamente reale della Germania della prima metà del secolo.
Alcune tappe fondamentali scandiscono il romanzo e rimangono memorabili: la nascita della madre sotto le quattro sottane della bisnonna contadina, l’opposizione e in seguito l’adesione come tamburino al regime nazista, fino all’arrivo in Germania delle truppe sovietiche, a metà tra liberatori e sciacalli usurpatori.
E proprio nel momento in cui la Germania crolla, liberato dal fantasma paterno e dal susseguirsi dell’imposta violenza, Oskar decide di riprendere a crescere.
Il tamburo di latta, composto dall’allora trentaduenne Grass, è un’opera drammatica, grottesca e potente. Ma allo stesso tempo visiva, scorrevole e buffa, che rimane impressa nel lettore per la sua forza e leggerezza.
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