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Cultura - MusicaStefania Castella

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25 Marzo 2020
After The Rain. Anna Cimenti ci racconta il nuovo album, viaggio nella musica dell'anima
di Stefania Castella



After The Rain. Anna Cimenti ci racconta il nuovo album, viaggio nella musica dell'anima
Anna Cimenti

Un progetto discografico che non è un esercizio di tecnica d’improvvisazione jazzistica, ma una connessione con i sentimenti più’ profondi della vita. Il jazz, popular, individuale, collettivo, esattamente come la vita: l’arte dell’incontro. Ce lo racconta Anna Cimenti voce fenomenale, classe ’68, un formidabile talento che nasce e si muove in un ambiente in cui musica e arte sono "linfa vitale". Le sue doti sono chiare da subito e anche questo le consentirà di esprimere al meglio se stessa e il bisogno irrefrenabile di cui non può fare a meno: l’arte del canto. Anna è una ragazza curiosa e appassionata e questo la spinge a studiare la musica seriamente prendendo due strade parallele: il jazz e la lirica. I numerosi viaggi all'estero rendono il suo bagaglio, ricco di sfumature completando il carattere curioso, aprendo la sua mente più di ogni altra esperienza. Nell'Agosto 2019 registra il suo primo disco jazz intitolato “AFTER THE RAIN un album che nasce dal desiderio di condividere, al di là della musica, un percorso tra consapevolezza dell’esserci reale ed esistenza dell’anima”. Nato dopo aver frequentato le Masterclass del Maestro Barry Harris, fonte di ispirazione, è segno di una vera e propria rinascita musicale: da qui il titolo. Collaborano alla realizzazione dell’album il pianista e fisarmonicista Massimo Tagliata (tra le collaborazioni l’ultima con Mina e Ivano Fossati), Massimo Turone (contrabbasso), Oreste Soldano (batteria) e Pietro Mirabassi (sassofono tenore). Voci soliste in “Four Women” di Sonia Cavallari, Grazia Donadel e Linda Gambino. Un lavoro che chiarisce da subito che "non si tratta più di un puro e semplice ritorno, bensì di un esserci”. Che ci racconta lei stessa.

La vita è un viaggio, e se non vuoi perderti ricorda sempre da dove sei venuto. Da dove viene questo suo meraviglioso viaggio in musica?

-Il mio viaggio musicale è iniziato che avevo sette anni e nonostante il sacrificio di frequentare la scuola abbinata al Conservatorio, non si è mai fermato. Ha solo virato verso altre passioni, dal pianoforte al canto ma anche verso la chitarra e il sassofono contralto, anche se quest’ultime per breve tempo. Penso che alla base di questo mio percorso ci sia il desiderio mai finito della scoperta, un appassionarsi costante in nuove conoscenze, una sete infinita e una voglia di imparare e approfondire gli studi musicali.-

Il jazz è un suono dell'anima. E' una scelta che le viene incontro, una dote naturale o qualcosa che si può coltivare? 

-Sicuramente lo studio della musica mi si è presentato come un’attitudine naturale, non facevo fatica a dedicarmici. L’ambiente familiare incline alle arti in generale, mi ha stimolato moltissimo. Ma non sono mai stata forzata a seguirlo, è stata una mia scelta proseguire fino al diploma di pianoforte. Solo che con il tempo ho capito che mi piaceva molto di più cantare, lo sentivo più naturalmente mio. E così ho cominciato a cantare in gruppi rock, blues e funk-soul, ma sempre cercando di approfondire lo studio del canto prima con la lirica e poi con il jazz. Lo studio è stato fondamentale in questo percorso.-

Ogni suo pezzo è un lavoro incredibile sulle emozioni attraverso il suono. Pura terapia, si canta anche per questo?

-Fin dal momento in cui ho deciso che avrei voluto lasciare un segno e quindi incidere un disco ho avuto le idee chiare. Non volevo dimostrare niente a nessuno ma godere del percorso e dei traguardi raggiunti fino a quel momento. Ad una certa età eviti il superfluo e cerchi di andare diritto alla sostanza. Per questo ho deciso di affiancarmi a musicisti che avevano una mia stessa linea di interpretazione. La scelta di quest’ultimi è avvenuta nel modo più naturale, quasi un incontro di anime che vibrano alla stessa frequenza.-

In questi giorni blindati uno spirito libero come il suo, come vive? La musica può aiutare ad allagare i confini?

-Il mio desiderio di speranza e positivismo mi aiutano in questi giorni. La promozione del disco è partita giusto con l’inizio della pandemia ma mi è servita per distogliermi dai pensieri tragici che potevano occupare la mia mente. Devo dire che non mancano le idee comunque: canto, suono, studio le materie del corso a cui mi sono iscritta al Conservatorio, comunico con amici e familiari tramite telefono o videochiamate. Non siamo in tempi di carenza, né di cibo né di interessi, né di strumenti di comunicazione, quindi non mi sento imprigionata, ma penso che stare a casa sia il minimo per poter tornare prima possibile a vivere e godere della vita anche all’esterno.-

Incredibilmente intensa " Devil may care" (se posso permettermi!) ma ognuno dei suoi pezzi ha qualcosa di terribilmente antico e moderno insieme, sente che il jazz possa fare presa anche oggi per esempio sui giovani, che vivono di frenesia e suoni talvolta diversi...

-Fortunatamente con l’apertura nei Conservatori italiani di un indirizzo jazz molti giovani hanno intrapreso questo cammino musicale e mi stupisco come giorno dopo giorno si siano così appassionati e siano pieni di talento. Nella mia città ne incontro moltissimi, abbiamo un luogo dove incontrarci e fare jam sessions e laboratori di studio che ci aiutano a condividere la stessa passione. Questo mi fa sperare che il genere musicale non sia destinato a sparire ma venga coltivato per le generazioni future. Sento che hanno la capacità di percepirne l’importanza, come avveniva in tempi più lontani con la musica classica.-

Quanta influenza c'è nella sua musica, dei viaggi fatti, dei maestri incontrati, dei suoni che ha sentito da sempre?

-Io sono il risultato del mio vissuto, i colori e le emozioni vengono dalle mie esperienze sia musicali che di vita, non si può scindere da tutto ciò. Gli insegnanti incontrati, quelli almeno con cui ho avuto più feeling, sono state persone che mi hanno insegnato non solo come si produce un suono, ma anche come si affronta la vita, con i suoi continui cambiamenti e come essere sempre pronta ad essere elastica mentalmente e ad adattarsi a nuovi percorsi . I miei viaggi invece mi hanno portato a conoscenza di realtà diverse rispetto alla provincia chiusa in cui vivevo e l’emozione di incontrare persone cresciute in modo diverso dal mio ma con cui ho trovato lo stesso una connessione, mi ha fatto capire che se parli con il cuore il linguaggio diventa universale.-

C'è un suono, un compositore che l'ha influenzata più di tutti?

-Il mio percorso è in continua evoluzione e l’ascolto non è mai stato relegato ad un solo genere perché mi piace spaziare in campi diversi e opposti al mio. Insegnando canto poi vengo spesso ispirata dall’ascolto di musiche che mi propongono i miei allievi. Quello che suggerisco loro è di ascoltare molta musica ma poi di diversificare secondo la propria anima, senza imitare altri artisti, facendo crescere una propria ed unica identità.-

Le faccio una domanda che le sembrerà banale, si può insegnare l'ascolto? Allenarlo come siamo abituati ad allenare il corpo?

-Esistono corsi di “Ear Trainig” importati dalla scuola americana che preparano all’ascolto e all’allenamento dell’orecchio musicale, specialmente nella musica jazz. Io penso che se una persona si appassiona ad un qualunque genere musicale e crea un buon rapporto con la musica possa avere lo stesso risultato. Se invece dovesse esserci un problema di intonazione, io mi sentirei di suggerire il percorso del Metodo Tomatis, che ricostruisce la gamma di suoni che non sono stati percepiti fin dalla nascita, magari a causa di blocchi emozionali o strutturali dell’orecchio.-








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