 | Pino Daniele e la sua straordinaria band |
"Amo la musica moderna nata dalle esperienze contemporanee delle grandi metropoli del mondo, dove l’attualità non può esistere senza memoria, altrimenti è pazzia. Sono, lo posso dire, un Lazzaro felice, che sente di avere delle cose da dire: è il mare dentro che ora è calmo e ora è agitato". Era quel mare che si muoveva dentro che risuonava col leggero fruscio della risacca, quel moto che è sussurro e ninna nanna, Pino. Quel movimento che è ritmo primordiale, quando nasci in una città di mare. Senza retorica, nasci cullato dal ritmo lento dell’onda del mare. Nasceva dal ritmo lento di un mare, più o meno vicino più o meno lontano, di vicoli stretti del centro di Napoli, Giuseppe Daniele il 19 marzo del ’55, nasceva "all’ora e magnà" dicevano nel rione. In quella casa dove forse c’era il "Munaciello", lo spirito che nelle tradizioni antiche abitava le case, e faceva scherzi e lazzi agli abitanti, Il munaciello forse gli voleva bene, raccontavano le zie con cui cresceva. Le adorate zie, che lo tiravano su, primo di cinque fratelli, che non era facile andare avanti a casa. Con le zie i rituali c’erano tutti, i pranzi, le domeniche, le messe, i pastori di San Gregorio Armeno a Natale, la visita a Palazzo Reale: "Scinne!" gridava la zia Lina, quando, non ancora Re di Napoli, Pinuccio a cinque anni sedeva sull'enorme sedia arricciata su cui si erano posati secoli prima i re Borbone. Cinque anni, e ancora tanta strada da macinare a piedi, col pallone con i compagni, tra quei muri, così vicini tra loro, gli odori, i colori, i rumori. La gente, la folla il "votta votta" che chi nasce e cresce in quelle strettoie conosce bene, strade claustrofobiche ed enormi al tempo stesso, che ti porti appresso anche se col tempo non ci passi più. Il diploma, i primi approcci, la chitarra, un maestro. La musica cresce con lui ed è contaminazione, quasi subito, sono gli anni ‘70 in cui ci si riunisce per cercare nuovi sound, per sperimentare. Senza smettere mai più. Gli esordi, i piccoli festival, le parole inglesi inventate, la chitarra, Blues, Jazz, una scuola che va al di là della scuola, musica che corre oltre gli spartiti. L'avventura enorme della conquista di uno strumento con un maestro che ti segue, e lei la tua chitarra che diventa sempre più tua, una parte di te, che quando non c'è l’insegnante, diventa esperimento, amico invisibile, ribelle quasi umana, materia che si affida alle tue mani. Pino cerca, va oltre, ha impronta e stile, curiosità. Pino assomiglia alla sua città, abitata, invasa, colorata, di facce di parlate, incroci di storie, di influssi Arabi, Saraceni, Bizantini. Le contraddizioni sono da lì, da tutto questo incedere, da tutto questo sconvolgere, e sono i tratti salienti della napoletanità, chiaroscuri che si fondono e creano contrasti di convivenze forzate e non. "Napule è" (scritta a soli diciott'anni), "Terra mia" i manifesti di un’intera città di una generazione, che li terrà dentro come colonne sonore di vita. Appartenenza, e gioia e dolore insieme di uno "straniero in patria" che nelle sue strade nel momento in cui ne diventa il Re, non può più restare. "Quando scrissi Io so pazz, era il ’79, e quel pezzo rappresentò lo sfogo a lungo represso di tutta un‘ondata giovanile, e così fino agli anni ‘80", poi la città diventa sottile nemico, ostilità impossibilità a muoversi, a viverla, Napoli eccessiva, Napoli e la rabbia compressa che leggi negli occhi di chi scegli ti rappresenterà, Napoli che ti costringe a scegliere, o rinunci a vivere o vai via. E i progetti che hai, li porti avanti, ma lontano, Pino Daniele collabora con i maggiori esponenti della musica internazionale, dai primi tempi a Cuba, fino a fare il giro del mondo, il giro del mondo di un "Nero a metà", che delle collaborazioni ne fa una questione soprattutto di amicizia e stima. Come con Massimo Troisi, amico di una vita, per una vita. Che ironia, "quando ci siamo incontrati io e Massimo eravamo già a metà dei nostri percorsi, così è stato facile andare avanti". Affetto puro, intesa umana oltre che artistica, pensieri ed emozioni che coincidono: "Non c’era approdo umano o artistico congeniale alla sua idea della vita e della professione, dove il cuore di Massimo non arrivasse prima degli occhi". Con l’amico Troisi, Pino, condivide progetti, film, colonne sonore. Di lui Massimo dirà "Non è Pino che fa le colonne sonore dei miei film, sono io che costruisco i film sulle sue canzoni…" e i due amici condivideranno quel cuore che fa le bizze, che li fa frenare più volte, che li fa vivere sul filo di un rasoio. Sempre, fino alla fine. "O ssaje come fa o core" scriverà Massimo e suonerà Pino, e sarà pura poesia, e sarà quel cuore a ritmo speciale che li avrò tenuti uniti, dal primo film importante di Massimo "Ricomincio da tre", fino al pezzo che più di tutti si ricorderà "Quando" di "Pensavo fosse amore e invece...era un calesse". Pino piangeva l’amico Massimo quando questi andava via per sempre "eppure per me non se ne è mai andato veramente, faccio finta che ci siamo appicecat" … E oggi Pino forse l’avrà raggiunto con la sua chitarra, l’avrà abbracciato come si abbracciano gli amici che non si incontrano da tanto. Oggi che la sua città ha perso lui, ha perso il suo Re, l’ennesimo re lontano dal suo regno, oggi la sua città lo piange da lontano. Pino, resterai per sempre il simbolo di una metropoli contraddittoria, di una città possibile e impossibile. Addio e che il sogno che sognavi, si possa realizzare lì dove sarai: "Uno gira il mondo per poi tornare sempre al punto di partenza. Io, se penso alla mia età matura, ho una visione chiara, mi vedo in un ristorante, con la chitarra a girare tra i tavoli cantando e suonando. Il posteggiatore? Si il posteggiatore, suonare: "Napule è" oppure "Terra mia". Terra mia, Terra mia Tu si chiena e libertà Terra mia, terra mia I’ mo’ a sento a libertà… Addio Mascalzone Latino, come diresti tu, Statte buon guaglio’.
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