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Cultura - SocietàStefania Castella

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10 Gennaio 2015
Se mi lasci ti banno. Lasciarsi ai tempi dei social network
di Stefania Castella



Se mi lasci ti banno. Lasciarsi ai tempi dei social network
Lasciarsi oggi

“Ti lascio perché ti amo troppo”. "Ti lascio", “mi lasci?” ,"Ci lasciamo". 

 

Se l'amore muove il mondo dando un senso all'esistenza, riempiendo le pagine dei diari e della nostra vita, quando finisce? Quella zona buia che si attraversa nell'immaginare la vita senza di lui, senza di lei, senza. Come ci si lascia?

 

L'antropologo Franco La Cecla nel suo "Lasciarsi. I rituali dell'abbandono nell'era dei social network" affronta il tema. Cosa accade oggi, come ci si lascia come si reagisce all'abbandono. Una volta l'amore era una questione fisica, fatta di incontri e scambi, il ricordo l’oggetto, la foto, la lettera da strappare o restituire, da bruciare e come un mantra ripetersi " è finita" eliminando tutto ciò che fosse palpabile. Oggi è tutto digitale, a partire dall'amicizia. Mille duemila amici in fila, facce storie che conosciamo per digitazioni, ma uno su tre non è che nella migliore ipotesi un vecchio amico di scuola (quando lo conosciamo) e buona parte sono amicizie con cui si ha una più o meno vaga affinità da social. Cancellarsi oggi, vuol dire fare i conti con immagini postate, commentate ripostate. Lo status "single" preceduto magari da "relazione complicata". Ci viene incontro l'esperto del comportamento umano, a spiegarci che il problema è a monte. La Cecla, andando a fondo e a ritroso, ci spiega che la fine del rapporto amoroso, strettamente correlata alla relazione, vuol dire non essere più nella vita, nella quotidianità dell'altro. Il dolore deriva dal sentirsi tagliato fuori, e oggi che la relazione, che la vita stessa è di dominio pubblico, è ancor più doloroso condividere questo momento di “lutto”, con gli altri. Ma perché lasciarsi è così doloroso? "E' l'idea dell'amore come fusione che ha dentro una mostruosità. Per questo lasciarsi diventa una tragedia". Per questo potremmo osare dire che le brutte storie di cronaca, la dolorosa scia di sangue, il femminicidio stesso, sono spesso il risultato di storie che travalicano il sentimento stesso. "Mi lasci, ti cancello" per qualcuno è l'assillo che diventa ragione di vita, senza più vita. Senza di te non posso vivere, è il virus che infetta la mente di chi magari è un soggetto già debole, che ripone nell'altro tutto ciò che fuori non c'è. Vivere in simbiosi con l'altro perde così tutta la sua aurea romantica, diventa paradossalmente il cammino che porterà con il fallimento la distruzione. Oggi come non mai, nell'enorme divario che fa di noi esseri combattuti dalla superficialità che ci porta a dirci addio con un semplice sms, ad entità votate al martirio amoroso in un eccesso che è comunque un pericoloso sintomo di disagio personale. Cancellare video, foto, bloccare amicizie comuni, salvo poi pentirsi, minacciarsi disperarsi, tentare qualunque strada per riavere l'amato bene. Il male peggiore secondo lo studioso, è mitizzare l'amore come sentimento che domina qualunque tratto della nostra esistenza. Senza arrivare a distruggere nessun ideale romantico, con la forza, potremmo dire, della razionalità, dare il giusto peso alla relazione amorosa, aiuta. "Dalla tradizione cristiana a quella romantica, l'amore viene paragonato all'ideale perfetto di un sentimento, coronato dal matrimonio” (come inevitabile conclusione). “E' come se si costringesse l'amore a fare i conti con un ideale troppo alto. Da qui la sofferenza" spiega La Cecla. Chi ci lascia prosegue la vita senza di noi, distrugge un progetto rivestito di ideali, che si scontrano con la realtà. Rendiamo l'amore più umano, perché non ci faccia troppo male. Nel libro di La Cecla, la storia narrata dallo scrittore racconta di una donna a Parigi, che cerca il modo di smaltire l’abbandono. L'elaborazione del "lutto" come dicono gli esperti. Trova un modo disperato e originale per farlo, sale a bordo di un taxi, e chiede di vagare senza meta. Nelle lacrime scorgerà il tassametro, e capirà quanto le sia costato tutto quel pianto. Smette di piangere paga, è tutto finito. L'amore aulico, e lo scontro con la realtà. "Per l'antropologia, l'amore non è un fatto personale, non sta in una zona dove tutto dipende da noi, dove tutto è consentito. Lasciarsi, non dipende solo da noi ma tutto ciò che ci circonda."

 

Per l'antropologia, appunto, per noi spesso una lezione da imparare sul campo, per riemergere dopo la fine di un amore.








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