 | | John e Jackie |
È notte. Notte da troppo tempo. Una notte lunga fredda, com'è lungo e freddo quest’inverno.
L’inverno del ’63. L’inverno più buio della tua vita probabilmente, Jacqueline.
Verrà l’alba e forse sarà passato, al risveglio, il ricordo. Come il sapore dolciastro di questa bottiglia. Stravolta Jackie, con due figli da crescere, e nessuna forza da cui attingere forza. Ogni volta che si chiudono gli occhi la scena riappare, intatta, orribile: “ricordo i pezzi di cervello sul mio grembo. Sapevo che era morto ma non provavo disgusto…” Lui, quello che ne rimaneva, macchie sul tuo viso, sulle mani. Un istante rapido che sembra congelato nel tempo, come guidato da una regia occulta, va e viene al rallentatore nella testa. Continuamente. Si può sopravvivere a tutto questo Jacqueline? La vodka come anestetico, funziona a momenti, tutto il resto è sopravvivenza. Troppo in fretta, troppo poco, così vicino, così doloroso. Scappare via. Come da ragazza su uno dei tuoi cavalli, via col vento in faccia.
Composta Jackie, elegante Jackie, quando il mondo intero ancora non ti conosceva. Il diploma artistico, il viaggio in Francia. Le prime esperienze gratificanti al giornale, e il tuo nome che si fa spazio piano piano. Facce, voci, un fidanzato, poi lui. Il giovane congressista, intorno a tutte quelle espressioni seriose, a Washington, lui. L’astro nascente del partito democratico, lui, bello, brillante. Lui, John Fitzgerald Kennedy, un nome importante, una grande famiglia. Diventerà la tua famiglia, nonostante le critiche delle sorelle, a loro non piacevi: “troppo magra, occhi troppo distanti, poco seno”, ti prendevano in giro, ti chiamavano “la debuttante”, ma lui ti piaceva, e tu piacevi a lui: “Penso di essere innamorata, lui si chiama John Kennedy è il figlio dell’ambasciatore in Inghilterra, il secondo figlio. Forse saremo felici. Lui è più vecchio di me, e poi è così concentrato sulla sua carriera” confessioni tenute segrete per anni. “Ha una forte personalità. Temo che per lui il matrimonio non significhi molto. Come fu per mio padre. Appartiene a quel tipo di uomini che devono sempre provare a se stessi di piacere alle donne” ma poi duemila invitati, un giorno da favola quel matrimonio, e le favole spesso arrivano tutt’insieme poi presentano il conto.
Le prime sofferenze, la bimba che nasce e muore subito dopo. Tutto incomincia a ruotare e ad avere senso solo intorno a lui. Arrivano Caroline e John John e tu, comunque, lo segui ovunque, lo ascolti nei discorsi.. è una lunga salita fino al giuramento.
Il giorno che vi consegnerà al mondo intero l’8 novembre 1960, John Kennedy diventa il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, Jacqueline Lee Bouvier, classe 1929, una delle first lady più giovani della storia. Si accendono le luci del mondo su di voi. Le foto nel grande giardino di famiglia, tutti insieme, nella stanza ovale con i bimbi che giocano, bianco e nero che si imprime nel cuore della gente. Belli, affiatati. E dietro una lunga trafila di forte indomita sopportazione. Lui non era solo tuo Jackie, come luce attirava miriadi di piccole svolazzanti falene, le donne lo adoravano e cominciava a non essere un mistero per il mondo, quanto piacessero anche a lui. Lui non era solo tuo Jackie, era dell’America intera, era lunghe notti di lacrime asciugate velocemente, era quell'indumento che ritrovavi in giro che non ti apparteneva. La rabbia della non riconoscenza, ma una first lady sorride, si sistema, si tira su, sempre. Almeno fino a lei. Le sue telefonate notturne ti tormentavano. Marilyn “era diventata una mina vagante, avrebbe creato uno scandalo enorme”, solo lei, ti scuoteva più delle altre, troppo famosa, troppo determinata. “Lo sai Jackie, finirà con lo sposarmi, lo ha detto lui”. “Ti sposerai con Jack, grandioso, e verrai a vivere qui, ti assumerai tutte le responsabilità di una first lady. Io me ne andrò e tu avrai tutti i problemi”. E sarò libera, libera di arrabbiarmi di sembrare scomposta se voglio, avrai pensato, quella biondina sarebbe durata un attimo immersa nella marea di complicazioni che comportava essere la “moglie del presidente”. Tu invece, guanti bianchi diventavi in breve icona di stile in tutto il mondo, mai fuori posto. Grazia eleganza, molto più di lei, molto più delle altre, nessuna poteva essere come te, lo sapeva John, lo sapeva suo padre, lo sapevano tutti. Tu che ti preoccupavi di “creare un clima d’affetto, per presentare i bambini di buon umore e ridurre le tensioni del suo lavoro”. Tu che sopportavi tutto. E poi. Poi il conto. Quell'inverno quel novembre del ’63. Lasciare la base aerea, la visita alla NASA. Il tragitto breve, semplice. Sbucare lì Piazza Dealy, la gente, il rumore, i saluti. Improvviso, lo sparo, la fine di tutto. Il salto all'indietro, Jacqueline che si spinge senza pensare raccoglie pezzi come fossero possibilità di ridare la vita al suo uomo. Una possibilità ancora, che non ci sarà. “Ti amo Jack” dirai.
La notte più lunga, l’inverno più immenso. “La mia vita è finita, avrei voluto morire al suo posto” dirai. Jackie, la vita si è fermata per lungo tempo, e ti ha tradita ancora, tanto, troppo, fino alla fine. Ma una first lady, sorride sempre, si rialza sempre. Oggi riposa finalmente in pace, accanto al suo Jack, John Fitzgerald Kennedy, Presidente americano, uomo, adorato, Jack.
“Si credo in Dio, ma quando lo vedrò mi deve qualche spiegazione”. Solo un uomo, solo una donna consegnati alla storia, per sempre.
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