 | | La Melato in scena |
Certi amori ti lasciano margini. Ti aiutano a credere che possano prendere forma ed esistere e battere ogni cosa.
“Dove vai, quando poi resti sola… Io vorrei non vorrei ma se vuoi…” Iniziava così la canzone di un giovane Lucio Battisti, la faceva ascoltare per la prima volta, forse era una sera tra amici, un bicchiere, una risata, tra quegli amici, due si legavano. Un folle giovane di Foggia che voleva fare il dj, quando non esisteva ancora neanche la parola, tale Lorenzo Giovanni Arbore detto Renzo, lei, secca secca, milanese, sguardo penetrante, lucido, occhi enormi Mariangela Melato, l’attrice. Stretti avvinghiati, sarebbe stato per sempre così la meneghina e il meridionale. “Quando ho assistito la prima volta ad un suo spettacolo in dialetto milanese sua madre era seduta accanto a me, per tradurre le cose che non capivo, il guaio è che le traduceva in milanese”. Un amore durato una vita intera, fino alla fine. Come una leonessa aveva combattuto contro la bestia che la voleva in ginocchio, ma lei aveva continuato a lavorare: “Casa di bambola”, “il dolore” e quella trasposizione televisiva di “Filumena Marturano”. L’aveva rimandata tante volte, perfezionista com'era non voleva improvvisare. “Me l’aveva chiesto tante volte Eduardo, mi diceva, Titina, è brava ma non è bella, io Filumena la immagino bella”. E Mariangela era bella, lo era sulle bianche spiagge di Nuoro di fronte allo sguardo folle di Giancarlo Giannini, messa alla prova dalla Wertmüller nel suo “Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d’agosto” fantastica negli sguardi duri come frecce, nell'accento de Milan. Del remake girato con la cantante Madonna e Adriano Giannini, diceva: “tanto brutto che quando l’ho visto camminavo sulle acque, ero più bella, più brava, di Madonna”. “Mimì metallurgico ferito nell'onore” stessi attori stessa regia. Due ispirazioni per l’occhio di una regista che ogni volta li mette di fronte sapendo che faranno scintille. E una lunga sfilza di personaggi rimarranno nella memoria del pubblico. Ma il teatro era lei, e lei era il teatro. Luogo dove riesci a trovare veramente una dimensione.
“Una sera durante un provino Visconti mi chiese “ma te, ti taglieresti i capelli?” “Anche i piedi signor Conte. Ebbi il ruolo”. Il teatro era casa, il teatro studiato, sudato dove la fisicità è componente essenziale è lavoro monumentale che non finisce, mai. Visconti disse di lei “pari una rana ma che coglioni che hai”. Il teatro era più forte, di ogni cosa. Per il teatro aveva studiato e lavorato per pagarseli quegli studi. A Milano dov'era nata nel ’41, i primi lavori come vetrinista alla Rinascente, disegnatrice, tutto per seguire quel richiamo. “Dicono di me che sono un’attrice di carattere, di spessore, come dire dura, ma forse è l’aria di Milano il clima freddo mi ha fatta diventare così”. Perfezionista fino all'esasperazione, i suoi copioni segnati a penna rossa in ogni passaggio. Ogni suo sussurro era sentito e studiato all'inverosimile. Essere attore, vuol dire credere fortemente in quello che si fa. Essere attore di teatro, vuol dire non essere uno qualunque, inchiodare lo spettatore senza filtri, fare in modo che ti guardi, e guardi te e non gli altri intorno a te.
Ballerina cantante, una voce roca nata per il doppiaggio, regalata al pubblico al quale ha dato tutta stessa. Forse il troppo impegno separa gli amori, forse la lontananza non è mai veramente distanza. Ma dare tutta se stessa per una passione troppo vitale, che prende ogni fibra, vive solo di se stessa. Non lascia troppo spazio. L’America chiama, il pubblico invoca. I copioni da studiare, le serate, le ore in scena: “E’ una fatica fisica indescrivibile”. Il tempo per le fughe a Capri con quell'amore folle che tanto la faceva ridere, diventavano sempre più rare. L’amore certe volte si trasforma, ma non smette di esistere. E durò quarant'anni. Tra le scene, nello studio profondo, minuzioso di ogni personaggio, sudare e regalare a chi le stava di fronte: “un motivo valido per aver speso i soldi del biglietto”.
Poi il dolore della malattia. Che ti avvince, che ti strema. Ci vuole ancora più forza, troppa, ancora più energia, impossibile, certe volte. Il viso è sempre meraviglioso, espressivo, e la forza vitale cerca di dare forza al corpo. L’amore di una vita accanto “Le sono stato vicino fino all'ultimo, abbiamo cantato un vecchio pezzo, aveva lo swing nel sangue, era felice di ricordare le parole”. Il viso stanco di Renzo sembra ancora più stanco, adesso. Quando Mariangela va via per sempre, in un freddo gennaio, col letto ancora pieno di libri c’è ancora lui. C’era ancora lei poco prima, lei che era stata compagna, mai moglie, mai un ruolo fisso, mai una compagnia fissa. “Mi fa tristezza vedere quelle coppie al ristorante che dopo una vita insieme si dicono, mi passi il sale? e poi silenzio, non c’è cosa più triste”. Nessuna convenzione, nessun laccio a legare quell'amore che è rimasto ancora lì oltrepassando il tempo, il dolore, senza obblighi, per scelta, per amore. Vero forse, semplicemente vero. Chissà se Renzo ascoltava dentro sé la canzone in quei momenti, chissà se magari avrà sentito un presagio nel cantarsi “dove vai quando poi resti sola…” il loro pezzo, quello che li aveva fatti incontrare, tenuti insieme per sempre. Mariangela Melato moriva a Roma L’11 gennaio 2013, ma come i grandi maestri, come tutti i grandi attori che non smetteremo mai di vedere e rivedere, calcano le scene di altri palcoscenici, in qualche altra vita parallela.
I veri artisti restano vivi nella nostra memoria, e così restano per sempre. Per noi, e per l’amore della loro vita.
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