 | disturbi alimentari sempre più in crescita |
Esce in questi giorni il nuovo romanzo della giornalista e scrittrice parigina Geneviève Brisac. Autobiografico, asciutto, doloroso. La discesa e la risalita attraverso il baratro dell’anoressia. Per aiutare chi crede di non potercela fare, la testimonianza che salvarsi è possibile
“Sono uscita dall'anoressia come un’avventuriera esce da una foresta, cambiata eppure uguale. Viva, e forse ancor più vibrante di vita, per il fatto di aver gabbato la morte”.
Storia di Geneviève detta Nouk, e delle ragioni e del percorso intrapreso in questo buio incubo. Per ognuna delle milioni di persone affette da questo dolore, c’è una ragione diversa, in comune per tutti, la voglia di annullarsi, di tornare piccoli, e “Petit” è anche il titolo del romanzo. La discesa agli inferi spesso ha tratti comuni in tante situazioni, ed è puro annientamento. Non è solo la malattia e chi ne è colpito, come per altre patologie, si allarga, si estende, ingoia chi c’è intorno, impotente spettatore disarmato.
Essere genitori, è il mestiere più difficile del mondo e più difficile dell’essere genitori, essere figli. I disturbi alimentari sono il primo strumento che imparano ad utilizzare quando la voce non basta, quando l’urlo, non si riesce a farlo risuonare forte come si vorrebbe, e allora esplode dentro, serra la bocca, rifiutando la prima cosa che da noi hanno accettato per vivere. Essere genitori in certi casi sembra una lotta infinita. Seguire la forchetta, salire su, fino alle labbra, pregare, pregare, pregare, che si schiudano, schiuderle insieme come sotto ipnosi senza staccare mai gli occhi da quella posata, vederla discendere, un pezzetto intatto di misero pomodoro torna indietro: “basta”. Il dolore dell’impotenza.
“Molte giovani anoressiche, hanno madri invadenti, la mia è stata tutt'altro, fredda distaccata” racconta la scrittrice, confermando quanto le dinamiche siano simili e diverse caso per caso. Nouk, figlia della buona borghesia, una famiglia “normale” due sorelle, madre e padre professionisti, impegnati, forse troppo. “Credo sia accaduto tutto quando è morta mia nonna, ho dovuto contemporaneamente, a causa di un incidente, lasciare il nuoto che amavo tanto. Mi è sembrato di avere tutto contro. Ho deciso di smettere di crescere, smettere di mangiare, pensavo che non avrei mangiato che il necessario per sopravvivere. Avevo tredici anni”. I primi rifiuti del cibo passano inosservati, ma lasciare il piatto pieno troppe volte alla fine dà nell'occhio, vale per lei, vale un po’ per tutte; si cerca una soluzione, la soluzione che trovano tutte. Sembra un sollievo, una liberazione, ma è un’ulteriore trappola: il vomito, corrode dentro e fuori. Nouk arriverà a pesare ventisette chili che non le sarebbero ancora bastati.
In Italia i numeri dell’anoressia sono cifre in crescita, sono almeno duecentomila le persone colpite, la maggior parte donne, adolescenti, ma l’età si sta abbassando pericolosamente, 9 – 10 anni l’età in cui si comincia a mostrare i primi disagi. Il corpo che cambia, spesso lo sviluppo precoce significa un fisico che precede anima e cuore di bambina, non si è pronte agli sguardi, al confronto. Gli inutili stereotipi, le giovani filiformi sgambettanti della tv, l’occhio critico che scruta, i bisbigli, quando senti che non vai bene a nessuno, e soprattutto all'occhio più critico di tutti, il proprio. Smettere di mangiare significa cercare di restare immobili e dimostrare a se stesse di essere più forti del proprio corpo, avere l’illusione del controllo, in un mondo intorno che si modifica, e tu vuoi solo restare fissa e tornare bambina, come ieri, come un attimo prima, gridare disperatamente: “fammi entrare, fammi tornare dentro, dentro di te dove nessuno può farmi del male”, tornare Petit.
Nouk racconta di essere stata imboccata a forza dai genitori e poi senza altre soluzioni, mandata in una clinica dove “non c’era niente, tutto era sotto chiave per impedire che ci si suicidasse, niente tv, niente libri niente colori. Niente. Stavo in pigiama perennemente. All'epoca eravamo trattate come ricche, viziate anoressiche…” come se essere anoressiche fosse un capriccio, erano gli anni settanta. Molto è cambiato da allora, molto e niente, perché i silenzi carichi di rancori, il dolore e le insicurezze sono simili di generazione in generazione. Vincere vuol dire mettersi in discussione, partire da zero pensare e gridare loro, che la vita che hanno in mano, è un’opportunità che stanno rifiutando, prenderla tra le mani noi, prepotentemente con la forza dell’affetto, di un abbraccio.
Gli esperti concordano che i disturbi dell’alimentazione si vincono con la vicinanza con l’amore. Significa, cominciare a lavorare su di noi come genitori, e dargli tutto il sostegno possibile. Significa chiedere aiuto ai centri di ascolto sparsi in tutt’Italia perché da soli non è tutto più difficile, impossibile.
Nouk ce l’ha fatta: “Leggere mi ha salvato. Ho imparato la bellezza dei gesti elementari della vita. Nel mio libro non ci sono risposte, c’è energia e l’energia aiuta sempre chi legge”. Ricordarsi soprattutto che tutto passa attraverso le labbra, il cibo, il respiro, il fiato di una parola d’affetto, che vuol dire “non ti lascio solo”.
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