 | | I Bambini della Shoah |
Sono qui. Non so bene cosa sono, donna, uomo, vecchio, bambino. Non so cosa accade né dove sono. So solo cosa c’era prima. C’era la scuola, c’era il lavoro c’erano negozi. C’era il medico che curava quando avevamo la febbre. C’erano insegnanti e avvocati. C’era una vita normale. Quando mia madre accovacciata sulle ginocchia mi ha guardato, sorrideva col viso tirato. Tra le dita scorreva un rosso liquido mentre ripuliva, si affannava, cancellava quelle scritte sul muro. Lo aveva fatto altre volte, stavolta sembrava più stanca del solito. Forse anche per questo lo abbiamo chiuso. E come noi anche altri, Molte cose non capisco, non me le spiego. Non mi spiego perché, se mi dicevano quanto fosse importante studiare, non potevo più stare in classe con i compagni. Perché “tu no”, perché dovevamo lasciare tutto, i medici non facevano più i medici, gli avvocati smettevano, i negozianti chiudevano o vendevano. Qualcosa stava andando in una direzione che non capivo. Come il treno. Se mi avessero chiesto di indicare su una mappa un luogo, non avrei saputo indicarlo. Ero ingenuo, non capivo cosa stesse succedendo. Dieci ore di viaggio eterno, nel fetore di un vagone stipato di corpi che non ti potevi sedere. Sete, fame pianto di neonati. Se ci fosse stato spazio, saremmo scivolati sui nostri stessi escrementi. Sulle lacrime. Non c’era che da piangere, qualcuno aveva smesso per la stanchezza. Eravamo come traghettati da un Caronte invisibile, senza sapere quale direzione, senza sapere quale colpa per tutto quello. Arrivare era stata assoluzione. Era fresco fuori, era un approdo in un mondo sconosciuto una specie di libertà, prima di perdersi per sempre nella prigionia, prima si, Oswiècim. Non sapevo cosa fosse, poi ho scoperto che era il nome polacco della nostra schiavitù, Auschwitz. Respirare lontano dal tanfo di quella sudata e accatastata umanità, era durato poco, che il fiato si tagliava in due di fronte alle divise, a lingue che non capivano tutti. Una Babilonia di accenti, di voci, di suoni, mani che si slacciano da altre mani, che si cercano che urlano. Secche figure in pigiami ridicoli a strisce, tiravano giù persone e cose come fossero fatte dello stesso materiale. Fu chiaro, che non c’era differenza. Furono chiare tante cose. Che saremmo diventati come loro, tutti, nel giro di poco, che se volevamo sopravvivere dovevamo capire quello che dicevano le divise. Imparare il numero che ci avrebbero tatuato sul braccio sinistro, perché da quel momento in poi nessuno avrebbe più chiamato il nostro nome. Ma era difficile capire un tedesco che sembrava deformato e allora sembravano diventare più grossi, e allora sembravano gridare più forte come se fossimo tutti sordi da capire solo a sentire la voce rimbombare; era solo un modo, per farci capire, che come gli animali temono la voce forte del padrone, così dovevamo ammaestrarci e capire che il suono andava ascoltato, qualunque cosa fosse. Due file lunghe maschi e femmine, un lieve accenno per decidere chi a destra chi a sinistra. Nessuno poteva sapere che cosa volesse dire, lo avremmo capito presto. I bambini urlavano strappati dalle mani delle madri, le madri urlavano cercando i loro figli. Bisognava ci fosse ordine, qualcuna veniva spedita subito lontano, da dove non sarebbe più tornata; che mamme e bambini non erano utili e adatti al lavoro, ci si poteva disfare di loro senza perdere troppo tempo. Era chiaro che, i bambini dovevano smettere di piangere, se volevano sopravvivere, così le mamme, e i maschi fingere di reggersi in piedi, se volevano avere un’ora in più. Le baracche strette e puzzolenti di letti a castello da dividersi in due o tre insieme. E le notti di luci accese e fumo costante. I forni lavoravano incessantemente, il lavoro di selezione una volta fatto, andava portato a termine. Nel giugno del 1940 il campo di concentramento di Auschwitz, apriva i battenti, vi passarono trovando la morte circa 70.000 persone, intellettuali polacchi prigionieri di guerra. Poi sempre più vasti ceppi interdetti al mondo e alla vita degli altri: oltre agli ebrei di varie generazioni, gay, storpi, deformi, testimoni di Geova. Era uno dei tre campi principali che formavano un complesso insieme ad altri campi di sterminio (come quello di Birkenau o Monowitz), luoghi di “lavoro” forzato, in cui le condizioni di vita e morte andavano di pari passo. “Questo è un campo di concentramento non un sanatorio, chi entra qui, non può più uscirne, se non ve la sentite potete sempre gettarvi contro il filo spinato ad alta tensione”, il generale in alta uniforme accoglieva i sopravvissuti passati già per la prima rassegna, prima di dividerli in file, denudarli, studiarli depilarli e togliendo loro tutto ciò che potesse identificarli come esseri umani. Primo Levi, scrittore sopravvissuto al campo, racconta l’orrore a cui assistette, nel suo “Se questo è un uomo” dall'arrivo allo stato di prostrazione immediato che coglieva subito dopo. La fame ricorre come costante pensiero, il corpo chiede e le razioni saranno solo brodaglie inutili. Tutto allo scopo di indebolire, come lavori vani perpetrati solo per lasciar sprecare inutilmente le poche forze. Aprire a gruppi faticosamente, sotto la neve del gelido inverno polacco, buche nel terreno, per poi richiuderle subito dopo. Al freddo, alla fame agli stenti alle infezioni, agli orrori, da tapparsi le orecchie per non sentire le urla, non si poteva sopravvivere. “Pochi giorni mi bastarono per entrare in uno stato per cui anche lavarsi in acqua di un lavandino putrido sembrava inutile. Guardavo i miei compagni lavarsi con cura senza sapone e capii che non lavarsi voleva dire diventare come quelli volevano. Come bestie” senza bisogni, senza sentire sé stessi.
Freddo e fame ancora ricordano i sopravvissuti che scamparono alle camere a gas, ai supplizi agli esperimenti. Un freddo che non passa ancora oggi a ricordare. Le testimonianze di un orrore, in un buco nero storico, sono vivide e bandiere alte, contro chi per tanto tempo ha voluto negare inutilmente tutto quello che definiamo “Olocausto” che non era che radere al suolo, bruciare senza lasciare più nessuna traccia, un intero popolo, un’intera razza che non fosse la prescelta. Un capitolo aperto ben prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, in cui prende forma l’idea e il progetto che sarà poi attuato durante la grande guerra: Lo sterminio del popolo ebraico. Prima i ghetti, poi i campi, poi la “soluzione finale”. Forni crematori che lavoravano a ritmi da impestare l’aria di puzzo di carne bruciata. La notte si mettevano in funzione e prima di loro, si alzavano forte le voci degli altoparlanti, così da nascondere le urla strazianti di chi a caso veniva prescelto e trascinato tra quelle mura di mattoni rossi, senza più tornar indietro. Fuori dal mondo, fuori da tutto. Senza più ricordi, senza più futuro, chi è sopravvissuto racconta di essere vivo, per puro caso. Era un caso riuscire a sopravvivere, un caso avere la fortuna di barattare un pezzo di pane con un posto coperto dove lavorare, che le temperature fuori non erano umanamente sostenibili. Niente era umanamente sostenibile, in quei luoghi lontani dal mondo. Solo aggrapparsi alla speranza di finire in fretta, o di sopravvivere ancora un altro giorno. Per testimoniare l’orrore in cui è sprofondato d’un tratto il mondo, riempito di mostri, con facce così umane da somigliare spaventosamente a facce di uomini qualunque.
Il 27 gennaio del 1945, il campo di Auschwitz, veniva liberato dalle truppe sovietiche mostrando al mondo l’orrore del buio della mente. La giornata della memoria, il 27 gennaio 2015 celebrerà ancora una volta il ricordo dei martiri, dei sopravvissuti di chi ancora oggi urla: “Non dimenticare”.
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