 | | Oriana Fallaci |
Avrei voluto scrivere di lei, di quanto manca, di quanto sia stata grande, di come le sue parole siano state profetiche e non perché fosse indovina ma per l’indomito studio e lo sguardo costante, attento, critico. Studiava il mondo intorno ed era dentro tutto quello che scriveva. Studiava, ma non il giornalismo no, lei, il giornalismo lo faceva.
Lo smalto rosso sulle unghie la sigaretta fissa tra le dita, gli occhi fermi sui tasti. L’Oriana, non si può credere di piacere a tutti incondizionatamente, ma si può credere che quelli a cui piaceva, piaceva di piacere incondizionato. Come lei, senza condizioni. Si chiamerà proprio “L’Oriana “e sarà nelle sale per due giorni soltanto il 3 e 4 febbraio come evento speciale per la regia di Marco Turco e successivamente sarà fiction per RAI Uno il 16 e 17 febbraio, protagonista Vittoria Puccini. Racconteranno di lei, tanti lo hanno fatto, tanti lo faranno. Raccontare di lei, se ne sono spese di parole tra estimatori e detrattori, presente sul pezzo, sul campo, tra il sudore, il sangue, la paura, e segni lasciati dalle pallottole sul corpo e ancora di più nell'anima quelli che, come diceva, pochi si curano di ascoltare e curare.
Avrei voluto scrivere di lei, delle sue dita rapide sui tasti, ma sarebbero state parole su altre parole tra quelle di altri “cicisbei” come forse avrebbe detto “che mi lodan adesso che son morta” con quella voce pastosa, melodiosa e quell'accento totalmente immerso nella cultura, nell'origine, accento tatuaggio del suo Io. Avrebbe preferito sentirsi dare della stronza, che sentire risuonare la campana vana di tanti elogi inutili di domande sempre uguali: “Ma la guerra le fa paura?” “E certo che mi fa paura, dico sempre che chi dice che non ha paura della guerra o è un cretino o è un bugiardo, l’importante è superarla”. Ne ha superate di guerre signora Fallaci dall'infanzia in quel di Firenze attraversando il fiume coi ponti saltati in aria dai tedeschi e poi l’amore per la letteratura che chiamava, e che portava ancora in mezzo ad altre guerre, altre battaglie. Zaino ed elmetto, occhiali neri, smalto, una donna alla guerra, una donna sempre in guerra, forse anche con se stessa. In Vietnam a testimoniare la brutalità di tutti senza differenze, e le pallottole messicane per le quali finiva mezza morta in obitorio.
Nessuna mezza misura tutto alla massima potenza. Oriana, anche scrivere era lavoro minuzioso senza risparmio. Immagino le sue notti insonni appresso ad una storia, un pezzo appassionato senza bere e mangiare: “sono uno scrittore lento, incontentabile, non assomiglio davvero a quelli che si compiacciono sempre del loro prodotto, manco urinassero ambrosia”, guai alle rime, alle assonanze, “la forma sì, la forma mi preme quanto la sostanza”. Avrebbe cestinato un po’ incazzata le mie inutili parole? Così non scriverò di lei scriverò a lei, e mi verrà di darle del tu, come a un amico a cui si scrive.
Manchi. Così ti chiederei perché te ne sei andata, dicevi “Ho le palle” e poi? Sei andata via. Capisco chiaro, non ti riconoscevi e hai preferito mettere chilometri e chilometri tra il tuo amato paese e il nuovo approdo, un oceano di distanza in cui sentire che “non c’è molta differenza tra fare il Cincinnato su una remota collina del Chianti assieme ai tuoi cani, i tuoi gatti (dicevi di tuo padre) e fare lo scrittore in una metropoli affollata da milioni di abitanti. La solitudine è identica. Il senso di sconfitta pure”. Che voleva dire dolore per una terra che mancava, ma che era troppo affollata di umanità che non ti rassomigliava più. E fingere non era nelle tue corde. Fingere di stare bene dopo lui, dopo l’uomo, “un uomo” di cui dicevi “eroe” che ti faceva incavolare, come non poteva essere diversamente, perché esattamente come te, Alekos, che si faceva ammazzare per l’idea di libertà che era anche tua. Non potevi fingere davanti ai grandi che di fronte a te si aprivano a qualunque confidenza perché studiavi a tavolino ogni mossa, ogni parola, che portasse alla fiducia tanto da dover tralasciare cose perché “la privacy era la cosa a cui ho sempre tenuto di più”. Non potevi fingere difronte a quel “Tiranno” così togliesti via il Chador e saresti rimasta per sempre “quella donna” come un brutto esempio da seguire. Non potevi fingere che tutto fosse uguale dopo quel giorno di cui fosti protagonista. Quando il mondo si incollava a quell'obbrobrio che faceva dell’America, un paese violato come mai prima di allora. Scrivesti un articolo lunghissimo che divenne libro “La rabbia e l’orgoglio” che per un attimo fagocitò la tua attenzione distogliendoti dalla creatura che avevi tra le mani nella mente dentro l’anima che adesso è qui e mi guarda, quel “cappello pieno di ciliegie” che ogni tanto guardo e come gli altri tengo in giro per veder la tua faccia intorno. Non potevi fingere davanti a quello che ti corrodeva dentro, la serpe che scavava, il cancro. L’unico nemico che poteva abbatterti. Ho avuto dei maestri, mi hanno dato insegnamenti, mi insegnavano a tenere una matita a dosare un chiaroscuro e così ti guardo come volessi tenere a memoria ogni tuo tratto per fartene un ritratto. Come si fa con la matita, si cerca una persona tra gli sguardi, a tratti prende vita sopra un foglio, come si fa su una tastiera, attraversando volti, storie e lettere a formare le parole. La ruga sottile tra gli occhi, quegli angoli che discendono leggermente, il naso dritto, la bocca che potevi serrare per sembrare severa. Ma non eri severa veramente, lo so, lo vedo dalla luce che lasciavi oltre. Guardo il tuo orologio segna un ‘ora che fermava il tempo, in cui tu c’eri. Ed io lo guardo pensando a quel momento, a quelle mani che intrecciavi per un attimo a pensare, a ricordare e poi partire per un viaggio che ti incolla contro un foglio, che prende la vita, perché certi “mestieri” non li scindi dall'esistenza, si prendono tutto e tu gli lasci tutto.
Meravigliosa creatura, diranno di te tutto e il contrario di tutto, ma sei stata un grande donna per tanti di noi, che avrebbero voluto essere la metà del coraggio che Tu eri.
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