 | | Mia e Loredana |
“Sai, la gente è strana, prima si odia e poi si ama, cambia idea improvvisamente, prima la verità poi, mentirà lui, senza serietà come fosse niente” Si, lo sai che la gente è matta e se la prende con qualcuno, perché è profondamente insoddisfatta. Bisogna cambiare, non per compiacere ma, per sopravvivere. La canzone del 1989 “Almeno tu nell'universo”, rimasta chiusa per anni nel cassetto dell’autore Bruno Lauzi, doveva essere tua. Lo fu per quel Festival, lo fu per alcune coincidenze astrali forse, quello non era un Sanremo come gli altri, era ritorno, era rivincita. Che strano ritornare, che bello ritornare.
Ricordi quell'abito come luccicava, luccicava di rosa ed erano bagliori tremolanti non come la voce che si apriva al mondo, la tua voce, la tua arte; per premiare te e Ivano i giornalisti vollero un premio speciale che nel ’96 porterà il tuo nome si chiamerà premio della critica “Mia Martini”, col nome scelto da te e un cognome che fosse noto per arrivare a tutti. Domenica Rita Adriana Bertè, Mimì degli esordi, del primo album che (erano gli anni settanta) era già avanti e pieno di capolavori che fecero di quella raccolta, il lavoro più bello, cantato da una donna. Portava nomi forti quell'album, e uno sconosciuto Baglioni che scriveva per te, tanti scrivevano e scriveranno per te.
Anche lui, quell'amore della vita che fu apice e crollo. “L’ha dedicata a me” dicevi, ma lui smentiva, l’ha sempre fatto, per quel suo essere schivo, per quel suo modo introverso di essere cantautori, raccontatori di vite, “La costruzione di un amore”. “Ivano, aveva scritto sotto il testo originale -per il condono edilizio presentare domanda-. Io non credo che sia così complicato costruire un amore, basterebbe eliminare la tangente. Voglio un amore senza pizzi, ma con tanti merletti”. Ridevi, ridevi forte con la tua bella bocca, con la tua bella risata forte e scivolata, scivolando nel resto. Cantavi il suo pezzo e forse veramente pensavi, “bastava dirmi che mi amavi perché tante parole così dolorose e complicate…ma sapevi anche tu che è così, che l’immenso arriva dopo il niente, che toccare il dolore è una via preferenziale dell’amore”. Si spezzavano le vene delle mani a cantare ogni parola lentamente come tu sapevi fare. Poi ti accorgevi che era ossessione, che era gabbia che per farti amare da lui dovevi smettere, smettere di esporti, di cantare, di essere te. Non potevi accettare. Dopo tutto l’amore arrangiato, dopo il punto più alto del mondo, arriva piano l’ombra, perché se fosse buio all'improvviso, sarebbe meglio, invece l’oblio ti lascia l’agonia. Sussurri, li senti infilarsi sotto le porte, dietro le spalle. E ti viene in mente che sei forte, tu, hai superato tutto con le tue sorelle, con tua madre, con un padre che non c’era e quando c’era era spesso peggio, ed era sempre padre era comunque padre.
Tu superavi tutto, come sempre, come avevate fatto dalla punta del paese, più su inseguendo il sogno di cantare. Che sogno assurdo poteva sembrare, eppure si apriva davanti a te davanti a quella sorella sgangherata, che era un pezzo di cuore. Che belli quegli anni leggeri con Renato e con Lory, che belli i cappelli. le serate le scorribande. Ora era tutto andato, scivolava via come scivola sabbia attraverso le dita, hai voglia a stringere forte i pugni, non restano che minuscoli granelli. Capivi che era quello il mondo, dicevano di te, e tu pensavi “non attaccherà questa cosa” invece attaccava come un’infezione, e Mia che non viene invitata, Mia che meglio non chiamarla, Mia che avete sentito cosa dicono. Vetri rotti, lampadine che esplodono, cattiverie che implodono.
Mia, rimanevi chiusa tra letto e soffitto per anni fino a quel Sanremo del ritorno. Anni bui di dolore, di vuoti, di silenzio. Quanto può essere cattivo il mondo, amaro, tanto quanto è dolce il ritorno. Almeno quanto è dolce quel mare, quella luna senza retorica che ti accoglieva con la saggezza popolare del maestro Murolo e la geniale creazione del magistrale Enzo Gragnaniello che disegnò su di te una nuova veste, perché come chi sapeva leggerti dritto negli occhi, aveva letto oltre i tuoi sguardi, che tutto il dolore si poteva tradurre in un urlo, che solo tu potevi avere: viscerale, come viscera di terra, come onda del mare, che Gragnaniello e Murolo conoscevano bene.
La tua bellezza, la tua voce provò e riprovò, e quando l’urlo generato dalla rabbia, dall'amore che avevi percorso, l’urlo su tutto, fu talmente forte, restò solo il tempo di dire “questa non la toccate, va bene così” nessuno l’avrebbe mai cantata come te “Cu’mme” dove “si tu nun scinne a funne nun ‘o può sapè” se non scendi e affondi se non tocchi il baratro, non puoi sapere. Nessuno poteva sapere cosa era quell'essere guardata male, tagliata persino nel montaggio di un evento se fosse stato mandato in onda, in quegli anni bui. Ma ora forse era finito il buio, finito il dolore, finite le beghe con quella sorella che non era mica un caso che avevate lo stesso giorno e lo stesso mese di nascita. Era a lei che squillavi quel giorno maledetto. Uno, due, decine, centinaia di squilli senza risposta. Loredana era rinchiusa in casa aveva mandato un concerto a monte, non voleva sentire nessuno, non immaginava fossi tu. Avrebbe sentito lo squillo del telefono per tutta la vita, non se lo sarebbe perdonato mai, di non aver risposto, forse sarebbe stata un’ora in più, un giorno in più.
Mia, andava via per sempre il 14 maggio del ’95 a soli 47 anni sul letto di casa, da sola. Con ancora mille progetti da inventare e ancora voce da regalare. Una voce che resterà comunque e che ricorderanno tanti ancora oggi, ci sarà Sanremo a giorni, ci sarai anche tu come tutte le volte. Resterai tu, sempre. “Non ci sarà chi rida di me, se cercherò qualcuno per ritornare in me, qualcuno che sorrida un po’ sicuro che sappia già da sé, che non finisce mica il cielo…anche se manchi tu” e questa forse, per qualcuno non è proprio la verità.
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