 | | i giovani restano in famiglia |
Com'è la fotografia dell’Italia oggi, ora, in questo momento. Una fotografia un po’ sfocata a dirla tutta, e senza addentrarci in troppe maglie, alcuni dati riflettono una realtà complessa e faticosa. Quasi nove milioni di lavoratori soffrono un disagio occupazionale, vale a dire che, non solo disoccupazione, ma contratti che non rendono giustizia, e vanificano ogni progetto futuro. La quantità e la qualità scadono come la pazienza dei molti giovani così lungamente tenutisi agli argini, da credere che qualunque tentativo di riuscire, di raggiungere diritti basilari, sia impossibile. “Scriva di me per favore”, è la tipica frase che incontri in giro. “Racconti di me”, perché ogni storia è una storia a se stante, ogni esperienza è diversa. Un dato soltanto, comune, la totale apatia che prende quando ti senti svuotato e scoraggiato. Secondo i dati trovarsi in un luogo di lavoro e sentirsi “graziato” dal licenziamento non salva. Sapere che nell'azienda in cui ti trovi si fa fatica, vuol dire sopravvivere ad un collega, stare con una spada di Damocle sula testa in attesa del proprio turno. Questo per chi un posto di lavoro ce l’ha. Tutto il resto non è solo noia, come cantava Califano, è vita, piuttosto dura. Raccontare storie di “bamboccioni per forza” significava dimostrare che non tutti i ragazzi si crogiolano nel non senso del niente da fare, niente in cui sperare. Molti provano costantemente, continuamente, difficilmente ottengono risposte. Adeguate o no, almeno risposte.
“Mi sono laureata nel 2009, “Scienze Infermieristiche” è stato faticoso, ci sono mondi dove le raccomandazioni sono dati di fatto. Sono stata l’eccezione che conferma a regola? Quando ho iniziato a lavorare per l’Azienda Ospedaliera (non la citeremo) ho creduto di avercela fatta. Ma non era così. Parto col dire che la grande azienda non era il datore di lavoro. Lavoravo con un contratto a tempo determinato per una società esterna, ho dovuto aprire una Partita Iva, (pagare quindi anche un commercialista) ero un libero professionista della sanità. Quindi tenuto a pagare per l’iscrizione all'albo e all'ente apposito, per aver un domani una pensione (non ho uno stipendio dovrei sperare di invecchiare in fretta per avere un’entrata). Non ho mai fatto visite private né lavorato in alcun modo in ambito privato. Quando il contratto è scaduto mi sono ritrovata (come molti miei colleghi) fuori, con le tasse annue comunque da pagare (nella speranza di una nuova assunzione) in una situazione grottesca. Ho 31 anni sono una persona onesta, ho creduto nella mia professione, ho una bambina che non ha ancora un anno, vivo a casa con i miei. Spero di trovare un lavoro qualunque per potere tener aperta la partita Iva, vivere da sola impossibile. Dove potrei andare? Ho mandato curriculum ovunque, non ho avuto ancora risposte” Antonella è bella, giovane piena di vita, è all'angolo nell'attesa di trovare un futuro possibile. Come lei, sette giovani su dieci tra i venti e i quarant'anni sono costretti a vivere con i genitori in attesa di un contratto, di un’opportunità.
Diana mi racconta: “faccio la commessa. In realtà è poco che ho trovato questa possibilità. Sono separata, ho trentacinque anni due figli che hanno bisogno di studiare, di vestirsi di uscire, con un euro almeno in tasca. Il mio ex compagno non ha un’occupazione attuale, l’affitto non potevo sostenerlo siamo tornati a vivere da mia madre anche perché non ho un vero contratto ancora. Potrei smettere di lavorare anche domani. Non saprei dove andare”.
Ascoltare le storie di tutti, significa rendersi partecipi di una situazione fangosa dalla quale non si resta che impantanati. Il gioco consiste nell'accettazione di qualunque tipo di contratto (anche nessun contratto in verità) pur di tirare avanti. La definizione di bamboccioni è enormemente, fastidiosamente stridente, perché delle persone ascoltate nessuna parla di dipendenza affettiva o filosoficamente astratta, tutti parlano (purtroppo) di necessità. Mi è necessario per sopravvivere. Perdere il posto di lavoro o passare tutta la vita a cercarlo vuol dire sentirsi un peso, e se la metà dei giovani si sente un peso preso e occultato, vuol dire che manca e mancherà la spinta che muove non solo l'economia, ma la ragione stessa dell’esistenza. Un’esistenza precaria che avvilisce.
Altro che mancanza di spirito d’iniziativa parlare tra la gente, per strada, vuol dire farsi un’idea di quanto sia difficile partire da zero, e ad un certo punto combattere anche contro se stessi sapendo che è innaturale farsi aiutare dai genitori, dalla nonna e la sua pensione, quando dovrebbe magari essere il contrario. Molti valutano l’idea di andare fuori e cercare un futuro altrove, altri sono talmente scoraggiati da non avere neanche la forza del progetto. Per le donne ancora più difficile. Miriam dice: “sono laureata in lingue straniere dal 2013, ho 27 anni e una bimba di due anni, non posso accettare molte delle offerte di lavoro che trovo in giro, perché mi pagano meno di quanto spendo per tenere la bimba all'asilo. Tornerò dai miei, almeno per ora valuto di tagliare le spese dell’asilo. Quando faccio i colloqui mi capita di sentirmi chiedere se avendo una figlia, ho intenzione di farne altri, in quel caso … mi faranno sapere…” Per le donne è particolarmente faticoso, per le mamme ancora di più, dopo la nascita di un bambino, è comune vedersi sfumare il posto di lavoro o per un improvviso esubero per cui si taglia, o per un contratto che non si rinnova e il binomio lavoro maternità, appare impossibile da conciliare in questo mondo precario. Ed è solo la voce dei giovani perché se sei avanti con gli anni, il problema è ancora più imponente e devastante. Tutti aspettano un’opportunità ma ci tengono a dire che “essere bamboccioni a volte non è una scelta, ma una necessità”.
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