 | | chi ti ama non ti ferisce |
È notte fonda quando riaccendo il PC. Lascio i lustrini e le melodie di altri pezzi per accogliere la necessità di raccontare altre voci. Voci di altro genere. Rimbalza la notizia, e non si può fingere di non sentire. Salvatore Parolisi, condannato per l’omicidio della moglie Melania Rea, secondo la Suprema Corte, nel caso non sussiste l’aggravante della crudeltà. Questo il dato, insieme al fatto che l’uomo sia stato condannato in appello a 30 anni di reclusione. Insieme al fatto che la giovane donna 28 anni e con una bimba all’epoca di diciotto mesi, restava a terra sotto i colpi di 35 coltellate, con un indescrivibile martirio e scempio del corpo e ferite inferte in ogni angolo dal viso alle gambe. Ferite sferrate ignobilmente, alle spalle. Ferite mortali sferrate da una mano da cui mai avrebbe creduto di doversi difendere.
Raccontano che non c’è stata nessuna colluttazione, non una lacrima come non avere avuto neanche il tempo di capire. Un ultimo bacio e basta, ultimo che vuol dire, dopo di quello, non deglutire più, non inumidirsi le labbra, non più un soffio un alito a farlo scomparire… Il viaggio parte da qui. Quando usciva di casa quel giorno 18 aprile 2011 il destino non aveva ancora dato in pasto il suo viso e la sua storia al mondo. Prima di allora la sua vita poteva essere “apparentemente normale” come la vita di tante. Apparentemente, perché come tante, non era tutto come poteva sembrare. Prima che lo specchio nel quale rifletti la tua vita credendola infinita, indistruttibile, probabilmente fingi di non vedere le crepe. Succede a tante. Lontano da casa, seguire lui, l’uomo della tua vita, affidargli la tua vita. Lui che comincia a cambiare o forse tu cominci ad accorgertene.
Ti senti messa da parte, ma non potresti credere, immaginare che lui, l’uomo che hai amato al quale hai detto “Si” che hai preso, che ha preso te “nella salute e nella malattia finché morte non vi separi”, che ti ha donato la possibilità di dare al mondo il regalo più bello: una piccola che è gioia, sangue del tuo sangue, occhi dei tuoi occhi. Non potresti mai credere che potrebbe ferirti. Uomini che odiano le donne o forse odiano se stessi. Forse amano troppo più se stessi che la loro compagna, forse guardandola iniziano a sentire forte un solo bisogno che si concentra su quel volto, che un tempo era amore, e diventa un pensiero cupo: eliminarla, eliminare ogni traccia di lei. Perché tutt’a un tratto è diventata ingombrante, tutt’a un tratto è diventata un nemico da abbattere.
Su quel pianoro Melania restava a terra con i suoi bellissimi capelli neri nei quali lui chissà quante vote aveva affondato la faccia. Viso di madre dolcissima che manine piccole avevano accarezzato, dolce madre, moglie innamorata da scrivere bigliettini a San Valentino senza poter immaginare, senza mai poter credere che lui potesse arrivare a tanto. Melania è una delle centinaia di migliaia di vittime del Femminicdio quando all'epoca era agli albori sulla bocca dei Media che registravano le vittime assistendo a cadute come da guerra. Sette donne su dieci cadono sotto i colpi inferti da chi è loro più vicino, padre, compagno, fidanzato, marito. Un fenomeno aberrante (uno degli ultimi casi quello di Elena Ceste scomparsa dalla provincia di Asti ritrovata mesi dopo in un canale di scolo mille volte battuto anche dal marito. Oggi Inquisito). Delitti inspiegabili, apparentemente senza ragione perché i moventi non darebbero nessun rafforzamento. Un’amante, con cui volersi rifare una vita, il coraggio che non si ha per abbandonare la famiglia, allora meglio eliminare ogni traccia. La gelosia, la possessione la presunzione di credere l’altro un prolungamento del proprio io, per cui quando si capisce che può esistere e camminare da solo non può più essere. Giovani che non reggono l’abbandono, incapaci di sopportare che una relazione finisca. Lo dicono a gran voce gli esperti: insegnate ai vostri figli che una relazione non è una gabbia.
L’amore non è appartenenza, insegniamo ai nostri figli il rispetto dell’altro. Il femminicidio è vilipendio della ragione, la sconfitta di qualunque forma di umanità. Piccoli, talvolta costretti ad assistere all'escalation di violenza che non è solo fisica ma spesso morale, dolorosa gabbia dalla quale non si riesce ad uscire. Strappare la compagna della vita, alla vita, non fa di un uomo un essere superiore che può decidere e gestire l’esistenza dell’altro, ma solo un essere debole incapace di reggersi senza sfogare la propria frustrazione, i propri fallimenti sull'altro.
Il femminicidio, ha bisogno di leggi, ma soprattutto di cultura, cultura del rispetto che incomincia da subito, dai nostri figli dai ragazzini a scuola. Insegnare, guidare al rispetto vuol dire aiutare questi giovani ad essere uomini, domani, uomini che amano, sé stessi e l’altro. Nessun figlio dovrebbe essere strappato dalle braccia di una madre e soprattutto dalle mani del proprio padre, nessuna ferita potrebbe essere più dolorosa.
Dire basta vuol dire fare un passo di consapevolezza, consapevolezza vuol dire che la crudeltà non si può quantificare con la misura di una coltellata più profonda di un’altra.
Crudeltà significa dover inventare una storia per non dire “la mamma non tornerà” e non poter trovare il coraggio di alzare gli occhi.
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