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Cultura - SocietàStefania Castella

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19 Febbraio 2015
Fabrizio De André avrebbe compiuto 75 anni, Sempre in direzione ostinata e contraria.
di Stefania Castella



Fabrizio De André avrebbe compiuto 75 anni,  Sempre in direzione ostinata e contraria.
Fabrizio De André

Avrebbe passato i settant'anni solo pochi giorni fa, esattamente sarebbero stati settantacinque se non fosse andato via tempo fa. Ma solo misurando il tempo in termini matematici, o umani come preferite, cosa che non era sicuramente nelle sue corde. Non era un umano come gli altri Faber, difatti, non è mai andato via. Il cantautore degli "ultimi", degli emarginati, la voce dei vicoli genovesi, dei visi distorti, la mano tesa a storpi, diversi, puttane che attraverso la sua voce, le sue visioni, diventavano persino poesie. E’ ancora presente tra le vie della sua città, da quella strada sconnessa di "Via del Campo", dove "c’è una bambina con le labbra color rugiada, gli occhi grigi come la strada, nascon fiori dove cammina". Non possiamo sapere come fosse, lontano dalla sua chitarra, sappiamo di lui attraverso le sue corde. Che i genitori volevano imparasse a suonare il violino, che fu folgorato da Brassens, del quale traduceva i testi, che adorava il Jazz e gli amici, Luigi Tenco, Gino Paoli, Paolo Villaggio. Che iniziò con approcci diffidenti prima di diventare il cantore poetico che conosciamo. Sappiamo di lui attraverso le voci dei detrattori che ne dipingevano l’immagine gridando: "borghese, professatore di lamenti, esibitosi solo per bisogno". "Digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani" avrebbe risposto, difficile credere loro, osservando la magia delle esibizioni, quando rotto il ghiaccio e il fatidico timore del pubblico aveva deciso di calcare il palco, dal quale non esitava a scendere quando c’era da rispondere a qualche sonora discussione.
 
Sappiamo che era suonatore, e intorno a lui "musicanti" ipnotizzati dal ritmo. Sappiamo che era a fianco, nella sala di registrazione attigua, quando sentì la voce della donna che gli sarebbe rimasta accanto per il resto dei giorni. Quella donna che divise con lui gli umori, gli alti e bassi, le sonore bevute, per cancellare timidezza e ritrosie. Era con lui anche quel caldo agosto del sequestro in Sardegna. Quattro mesi in balia della prigionia, che cambiarono la sua visione del mondo, degli uomini, di Dio. Perdonò i carcerieri: "noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai". Con alcuni aveva discusso di politica, con le mani spesso slegate. I mandanti no, troppo benestanti per essere assolti. Lui ricco poteva probabilmente esserlo, ma era con i poveri che s’accendeva, erano le loro voci che voleva portare in giro. Perdonava, perché quella era la sua visione del mondo, scrisse "Hotel Supramonte", da cui se vai "vedrai una donna in fiamme e un uomo solo, e poi scuse e accuse e scuse senza ritorno". "Ma dove, dov’ è finito il tuo amore?" cantava da poeta, e questa è la definizione che più calza, come diceva l’amica di sempre, quella che nascondeva il registratore sotto il materasso per non imbarazzarlo, conoscendo quanto non amasse le interviste. Fernanda Piovano che traduceva quell’ "Antologia di Spoon River" che lui amava tanto: "non doveva andarsene. E’ stato il più grande poeta che abbiamo mai avuto". Sbuffi di fumo e immagini sbiadite. Ricordi di sorrisi velati di malinconia. Tanto bianco e nero lui, tanto luminosa di capelli d’oro lei, ad ammirarlo quasi venerandolo, a fermarlo negli scatti, ciuffo sugli occhi, sigaretta attaccata alle labbra. Quella chitarra che non stava più su, e i dolori insinuanti al petto. Tutto tornava, tutto veniva risucchiato in una girandola, come in una canzone senza fine, finita comunque e troppo presto. In quel gennaio di quell’ultimo viaggio c’erano più di diecimila persone a salutare il "Maestro" la sua voce inconfondibile, il suo sguardo indimenticabile. Faber il 18 gennaio avrebbe compiuto settantacinque anni, a ricordarlo il festival "Buon compleanno Faber" a Cagliari, la "cantata" in suo onore a Milano, tenuti nel giorno dell’anniversario. Il giorno 21 febbraio a Genova sono in programma, una visita guidata alla Città Vecchia, quella "dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi" la presentazione dell’esposizione "Faber, la moda, e il mare" e la presentazione del libro "Le parole che volevo ascoltare. De André traduce Cohen e Dylan". Verrà ricordato anche nei giorni 20, 21 e 22 di febbraio, al Teatro Tangram di Torino. Faber è sempre qui. Perché come diceva lui "Se la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita…"








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