 | vita digitale mondo virtuale |
Questo pezzo dovrebbe avere un sottotitolo come “L’amore ai tempi del patema”. Perché di questo si tratta, di una vera e propria sofferenza dell’anima, quella che avviene dal primo battito di ciglia del mattino all’ultimo abbassamento di palpebra notturna. Tutto sotto la lucina di un dispositivo di vario genere. La sofferenza legata alla connessione perenne. Costante, continua, perpetua.
Siamo in balìa dell’Onda magnetica, senza, non possiamo più vivere, siamo social-dipendenti e preda di misti (e mistici) effetti collaterali. Viviamo vigili nell’attesa del suono di avviso di messaggio. Con l’ansia che non arrivi e se non arriva, con l’ansia di non averlo mandato al giusto indirizzo, e quindi in attesa vana. Ci sentiamo fisicamente male se la tacchetta del cellulare scende a meno tre, come se avessero annunciato l’impellente fine dell’universo e dovessimo evacuare, conto alla rovescia alla mano. Corriamo a intercettare prese per caricabatteria, con caricabatteria che ormai non hanno più neanche bisogno delle prese, non ho capito bene come, ma funzionano senza presa, senza corrente, senza telefono. Hanno vita propria in fondo anche i cellulari, che fanno tutto (tranne telefonare, spesso) non hanno bisogno di niente, neanche di noi. Noi no, abbiamo bisogno di essere connessi, di sapere che il mondo fuori c’è, di far sapere al mondo che ci siamo. Che siamo al mare, in montagna o semplicemente al bagno. Ho visto cose che gli occhi umani non dovrebbero mai vedere. Pizze ghiacciarsi in tavola, nell'attesa di una foto da taggare, gente vestirsi, prepararsi, trucco e parrucco per un selfie in più (da fare rigorosamente tra la mensola e la libreria di casa che c’è la luce migliore). Ho visto una donna che mi stava davanti in un grande negozio, rinunciare ad un borsa perché il cellulare non aveva campo. Inutile acquistare una cosa se non la puoi fotografare e taggare nel momento dell’acquisto. È andata via con la faccia disgustata dalla mancanza di rete.
Ho visto storie d’amore sfasciarsi sotto i colpi di un “Mi piace” sbagliato, “perché ti piace la foto della ragazza del fratello del cugino dell’amica di tuo cugino. E la mia foto no?”
Ho visto coppie scoprire di essere in crisi solo dopo aver letto il proprio status su Facebook: “Relazione complicata” e chiedersi: ah sì, e da quando? Sociologi, psicologi perdono il senno per studiare il fenomeno ,evidenziando, opinando, decretando che si stia profilando un morbo da gelosia di bacheca altrui. Le vite degli altri spiate senza sosta, tutte apparentemente più luminose, piene, ricche delle nostre, generano latenti forme di insicurezza. Gianna che stringe amicizia con Luisa, Mario che chiede amicizia a Gianna, la conta degli amici è frustrante. La situazione di stasi da arenamento amichevole, induce, anzi esige, una richiesta di amicizia, a chicchessia: il farmacista di fronte casa che se ti incontra neanche ti saluta, l’ex compagno di banco dell’asilo che non riconosceresti neanche se tornassi indietro nel tempo, e soprattutto non ha mai considerato la tua esistenza. La richiesta al VIP di turno che poi ti si ritorce contro (così come si ritorce il fegato), quando sai che potresti trovare la soluzione del teorema più impossibile, e avere un “mi piace” stentato da fratello distratto, mentre all'amico VIP basterà dire “Ehi là” per avere due milioni di “mi piace” e ottocento miliardi di condivisioni. Succede, e onestamente fa molto male, come fa male tentare il tutto e per tutto per uno scatto originale, per un seflie in più, per il quale la gente si è ammazzata gettandosi da aeroplani in volo, scalando picchi, restando sulle punte, mandando un bacio al mondo per dire guardate che coraggio ho avuto, e tante volte, non aver avuto il tempo di aggiungere altro.
Una planetaria disintossicazione urge, per superare questa perpetua forma di ossessione da collegamento wifi. Un “Post” diceva l’altro giorno: “Ho visto delle persone intorno a me, sono simpatiche dicono di essere la mia famiglia”.
Ecco l’evoluzione estrema della connessione ci sintonizza con il mondo fuori e ci sconnette col resto del mondo, quello dentro, dentro di noi,
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