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Cultura - SocietàStefania Castella

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26 Febbraio 2015
'Il nome del figlio'. L'equilibrio della finzione rotto dalla verità
di Stefania Castella



'Il nome del figlio'.  L'equilibrio della finzione rotto dalla verità
Una scena del film <br> Il nome del figlio
Ci sono luoghi che, non vorremmo mai dirlo, sono spesso la massima concentrazione di contrasti e frustrazioni. Verità che non riusciamo a dirci, spesso piccole cose, che messe l’una sull’altra diventano enormi torri sulle quali ci arrampichiamo, e dalle quali improvvisamente, per stanchezza, per stress, finiamo per cadere. Ci schiantiamo, diciamolo, tante volte, con un piccolo sottile senso di liberazione. La famiglia, culla, fulcro della nostra esistenza, quale altro luogo dal quale partiamo per poi spesso ritornare, quale altro centro, al momento di una fatidica cena, ricorrenza (spesso dovutamente forzata) si trasforma in un pericoloso campo minato. Quanti polpettoni abbiamo ingoiato, per non aver avuto mai il coraggio di dire "è orrendo, non lo sai fare, rinuncia, fai altro" alla mamma, alla nonna. Cosa mai potrebbe succedere se di punto in bianco piccole e grandi bugie non si riuscissero più a trattenere e venissero fuori come mare impetuoso, come una travolgente cascata? Una tragedia, ecco cosa succederebbe, una piccola probabilmente, ma pur sempre tragedia, parte di quel grande teatro che è la vita quotidiana familiare.
 
Lo sapeva (e sa benissimo) la straordinaria Francesca Archibugi, viso da bambina e tante storie alle spalle, dal debutto a 16 anni con una parte recitata ne "Le affinità elettive", e da lì il colpo di fulmine per il cinema (Mignon è partita, Il grande Cocomero, Lezioni di volo, Questioni di cuore). Dipinge il suo "Il nome del figlio" uscito nelle sale a gennaio, pellicola tratta da una pièce teatrale francese "Le Prenom" dalla quale nasceva sempre in Francia "Cena tra amici" per poi approdare in Italia con la direzione della nostra regista. Partiamo da qui, partiamo per usare il film come spunto per sottolineare, quanto il cinema sia spesso legato alla nostra quotidianità, sia spesso voce, attraverso la quale diamo un tono, una eco, a silenzi troppo trattenuti.
 
Una lunga serata, cinque personaggi, l’intellettuale di sinistra, la moglie depressa, il musicista (probabilmente) omosessuale, il tipo (che esiste in quasi tutte le famiglie) provocatore con la compagna incinta, cortesemente non considerata, ritenuta una mezza ignorante nonostante sia attrice e autrice di un best-seller. Punto di forza, proprio questo personaggio interpretato dalla bella Micaela Ramazzotti, probabilmente l’elemento più puro tra gli altri (che nascondono tutti piccoli e grandi segreti irrivelati, e sono grandi nomi come Alessandro Gassman, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio). Lo spunto per l’infernale discussione arriva come un’improvvisa saetta, una banalità apparentemente, uno scherzo riguardo la scelta del nome del figlio che non sta bene a nessuno e scatenerà reazioni a catena. Offese ferite che si riaprono, e una resa dei conti che sembra la fine di tutto. Succede, non appartiene alla fantasia da pellicola e tornare indietro certe volte non si può.
 
La stessa autrice racconta durante un’intervista inerente all'argomento: "Ricucire non si può, ma se si dicono cose vere, se nessuno è davvero cattivo, si può superare tutto. Ricominciare tutto". La calunnia secondo la Archibugi, è il punto centrale del non ritorno, solo quel fatidico "venticello" è ciò che risulta intollerabile, probabilmente perché crea una sorta di boomerang che ritorna ogni volta indietro e ogni volta riporta la cattiveria, di questo si tratta, fine a se stessa. La verità fa male, ma ha una forma più malleabile, che può adattarsi anche dopo un’amorevole stilettata, qualcosa che si incrina, ma pronta a riprendere forma, ad essere accettata. Pensate quante volte ci tiriamo indietro per paura di ferire e camminiamo nelle vite altrui in punta di piedi per non rompere nessun equilibrio, generando pericolose forme di vigliaccheria, quelle che ci fanno fingere di non vedere l’atteggiamento di un figlio, che magari un insegnante rimprovera (e un genitore gli si scaglia contro) e che nell'omertà diventa un piccolo bullo. Vigliaccherie di quieto vivere che ci fanno fingere di non vedere un tradimento, lasciandolo nel limbo del non amore. Mettere a tacere se stessi, vuol dire glissare la lite ma accostare porte che tanto prima o poi sbatteranno.
 
Certe verità aiutano a crescere, sono una forma d’amore. Piccole verità, e piccole bugie, un equilibrio difficile da tenere, se non con l’onestà. Onestà non vuol dire sbattersi in faccia qualunque cosa, ma avere la forza di essere quello che si è, nonostante tutto, evitando tante piccole nicchie di finta pace familiare per dimostrare di essere un bravo figlio, un buon genitore. Ognuno legge verità e bugie a suo modo, ma polpettoni ingoiati tutta la vita, solo per far piacere agli altri, diventano prima o poi indigesti, soprattutto per chi improvvisamente si trova a dover dire: "Ma come non era il tuo piatto preferito?".






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