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Cultura - SocietàStefania Castella

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08 Marzo 2015
Otto marzo, celebriamo le donne, anche il resto dell'anno
di Stefania Castella



Otto marzo, celebriamo le donne, anche il resto dell'anno
donne nelle prime fabbriche

Tra la fine dell’ottocento e i primi anni del novecento qualcosa mutava nell'assetto delle città che mutavano forma attraverso il fumo delle sempre più numerose ciminiere. Le prime fabbriche che davano lavoro, dignità, si trasformavano in luoghi di riscatto sociale, in chi lasciava il campo da arare e si innalzava alla nuova civiltà. Era fermento e sfruttamento. Quello che avveniva per le donne relegate sempre nell'ultimo angolo della scala sociale, era ancora più forte. Lavorare in fabbrica voleva dire essere riuscite a dimostrare a sé stesse e al mondo, di valere qualcosa. Ma c’era un prezzo che era quello dell’accettazione. Accettare gli orari impossibili, i salari senza senso, nessuna regola, era la regola fondamentale. Tra la fine dell’ottocento e i primi anni del novecento, con il nuovo aspetto di città e società si profilava quello che avrebbe camminato poi successivamente a fianco della figura femminile ancora a lungo nel tempo, la discriminazione, il diritto destinato come dono.

 

Non sarebbero state ancora a lungo in silenzio le donna, e da quegli anni derivarono tempi di lotte contro la discriminazione, contro la violenza dello sfruttamento. Da quegli anni, tra leggenda e verità prendeva forma quella che sarebbe diventata una vera e propria istituzione, la giornata della donna, la giornata delle operaie, e delle loro ostinate battaglie. Si racconta di una fabbrica di New York in cui per giorni si erano barricate in segno di protesta un gruppo di operaie, che il titolare stanco di quello stop le aveva rinchiuse impedendo loro di uscire. Si racconta che si propagò un grande incendio dal quale nessuna scampò dato che erano state tutte rinchiuse. Seppur ritenuta leggenda, un incendio tra i primi del novecento vi fu e proprio a New York in una fabbrica tessile, dove trovarono la morte in quello che si tramutò in un girone dantesco, un gran numero di operaie, immigrate, sfruttate, sottopagate. Da quella goccia il vaso della ribellione fu colmo e in America cominciarono a pullulare le strade di manifestazioni di protesta che arrivarono anche in Europa e negli anni anche in Italia, dove la celebrazione prese forma intorno al quarantasei e coincise con una connotazione politica e antifascista.

 

Con questi presupposti facile capire quanta importanza sociale abbia avuto nell'intento la celebrazione della donna lontano dal mero spunto economico assunto negli anni. Facile capire quanto sia diventata comunque un‘arma a doppio taglio con doppio manico da impugnare a piacimento, e intravedere nell'uomo l’ombra del dubbio. Perché se c’è una festa che genera confusione è proprio quella della donna. Capire come muoversi non è facile, tra chi ha di fronte una lei che accetta e sorride la scatola incellofanata di dolcetti in tono giallo come si usa, e crede che la mimosa spunti solo l’otto marzo; e chi ha di fronte la paladina del femminismo estremo che piuttosto che accettare la mimosa la fa ingoiare al suo lui, facile capire e provare un moto di tenerezza per tutti i giovani compagni in fila dai fiorai ancora ignari della reazione della compagna (soprattutto se sono alle prime uscite). Nel mezzo dovrebbe come sempre stare la verità, nel buon senso e nel valore che abbiamo, che conosciamo di noi stesse e per riflesso riversiamo sul nostro confuso lui. Che non sia un fiore che ci regali valore, è logico ma che tutta la ribellione dell’universo sia racchiusa in una scatola di cioccolatini che scaraventiamo via perché “la donna si festeggia ogni giorno” mi pare ci sia un abisso colmato dall'unica nota sgradevole in forma di menù della festa da celebrare in esclusivo gruppo (branco in realtà) femminile assetato di serata godereccia e libertà a minuti contati. Questa è sicuramente la parte più fastidiosa, quella che la dignità la chiude bene, bene tra la scusa del divertimento per una sera, lo spogliarello inguardabile, e la voglia di festeggiare e basta. L’esercizio più giusto è sempre la misura, che sia una bilancia dove non pesi da una parte solo l’indifferenza (che utilizza la scusa della banalità per coprire la dimenticanza di un fiore) come non pesi allo stesso modo un gesto fatto solo per dovere.

 

Impariamo a valorizzare quello che siamo, la nostra forza, e pretendiamo rispetto quotidiano, quello che ti fa accettare e sorridere anche la mimosa se regalata con l’intento di fare un omaggio di riconoscenza, spontaneo, sentito, amabile. Insegniamo il rispetto che ci è dovuto, agli altri, perché imparino da noi per prime, quanto vale una donna, non solo, un solo giorno all'anno.








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