 | rumorosi mondi silenziosi e depressione |
MI rendo conto che aprire un pezzo con un’imprecazione non sarebbe consono, ma Dannazione, non è un’imprecazione è un urlo che viene dall’anima squarciandola senza possibilità di repressione. Quello cui assistiamo troppo spesso va al di là di ogni ragionevole senso di pudore o se volete forma di educazione. Lo psicologo e scrittore Paolo Crepet con parole forti e cocenti tocca tasti come ferite dolorose: “Non è bastato un secolo e mezzo di psichiatria e di psicoanalisi per capire chi siamo davvero. CI abbiamo provato con tutti gli strumenti possibili, diagnosi, analisi, test. Ma non ci siamo riusciti per fortuna”. Lo dice a proposito dell’evento recente e tremendo del pilota dell’Airbus suicidatosi con tutto il carico di anime innocenti in volo con lui. Probabilmente depresso, probabilmente con problemi sentimentali, fisici, psichici. Tutto trascinato giù in un abisso veloce e lentissimo contro una montagna, contro la vita. Aria, nuvole, volo. La fine cercata probabilmente, e niente è certo tranne le vittime, forse decisa, organizzata, forse no. Aria e vuoto e schianto, lo stesso o quasi, del giovane appena ventenne e una vita messa alla prova troppe volte, troppe per portarsela ancora appresso. Niente che tiene, niente per cui valga la pena tenersi, così ci si lascia andare, e scompare la vita. Quante vite, tante, troppe. Dannazione se sono troppe. Cosa succede? Succede che il silenzio pesa. Succede che questa vita 2.0 (che fa tanto “avanti”) è una vita a mille sbocchi. Lo sai, lo senti, lo vedi, allora quando non centri il tuo di sbocco, non trovi il tuo ruolo, intorno a te è buio e basta. E allora dannazione non ci rendiamo conto che intorno è un enormità di rumore che non è suono che guida, è assordante vociare che rimbambisce. C’è talmente tanta possibilità di comunicare che non ci accorgiamo che l’unico modo che abbiamo per comunicare è un social, è una foto che racconta dove siamo, cosa facciamo, cosa mangiamo. E non parliamo più, con la moglie, col figlio, col vicino. Nessuno ci conosce e tutti ci conoscono, certo abbiamo milioni di amici e fans o followers ma in realtà tra noi e il mondo c’è sempre e solo un dannatissimo vetro. E allora abbiamo smesso di guardarci negli occhi, di capire cosa ci succede e cosa succede ai nostri figli, ai nostri amici. Quante madri sole passano giornate su giornate con in braccio un esserino che non sanno gestire, in bilico tra un senso materno che sembra svanire sotto il peso della stanchezza e l’immagine della tipa di turno felice, in forma, in vita, circondata di glamour ricchi premi e cotillon. Quanti giovani sbirciano vite altrui, puntando in alto troppo in alto, senza pensare che esistono mestieri normali e vite normali, fatte di normali orari di lavoro e fatica reale e stanchezza di piedi e di mani. Perché in realtà anche questa schermata realtà stanca, stanca vedere che l’amico posta la foto della super vacanza ha un numero incommensurabile di amici e ammiratori, per cui pur di avere un numero degno di followers tanti comperano pacchetti di finti amici. Per cosa? Per l’illusione che il mondo getti un occhio. Come è possibile che un giovane di vent'anni s’ammazzi perché non trova lavoro quando a vent'anni hai davanti a te un’infinità di cose da progettare, in cui credere, da costruire. Che il buio che avvolge sia così denso da non permettere di vedere oltre. Che gli affetti non riescano ad essere quell'ancora di salvezza che salva davvero? E che nessuno si accorga del piano di un pilota, del vuoto nello sguardo di un giovane troppo giovane per portare nel mondo un peso di anima così grande. Dove sono i followers? e dove sono gli amici quelli veri, con cui parlare guardandosi negli occhi e sentire tra le labbra il sapore vero di un vero caffè da prendere in due. Dove vanno a finire tutte le parole che nessuno raccoglie, come si stempera quel senso di sconfitta quando quelle parole d’aiuto le affidi al freddo monitor e il mondo non ti risponde. L’enorme solitudine che si cela dietro la marea di facce intorno è la piaga di questo momento storico che ci avvolge, Intorno alla meraviglia della comunicazione immediata si nascondono le viscere fameliche di un mostro che ingoia e trascina sempre più a fondo. Prende le nostre vite quotidiane e non restituisce niente. Frustrazione, solitudine, quel senso di anonima sconfitta che non si riesce a superare. Non si supera il dolore amoroso e la vita senza lui o lei sembra vana. Non si riesce a superare l’idea di poter esistere senza l’altro/a, tanto che a volte si arriva ad atti estremi che nessuno aveva carpito. Si cerca nelle bacheche virtuali per comprendere se c’erano segni e sintomi. Le bacheche sono la prima cosa che un’inquirente esamina dopo un fatto. Perché lì custodiamo esternazioni personali, sì le custodiamo tra noi e il mondo intero. E il segreto che prima chiudevamo nel diario o confidavamo ad un fratello a una sorella lo conosce il mondo e parlare con tutti, con troppi, equivale a non parlare con nessuno, spesso. Nessuno sa del senso di dolore nel dovere sfamare un figlio a vent'anni, non trovare lavoro e sentirsi perduto, chissà se era scritto o no se era postato o no. Nessuno si è accorto, nessuno ha potuto fare nulla. Succede tante volte. L‘animo umano è una matassa di intricati fili che non si scioglie senza volontà, la volontà di lasciarsi sciogliere. Esistono come dice lo stesso Crepet isole di cattiveria annidate in ognuno, che vorremmo negare, che indichiamo come malattie, classifichiamo come depressione pure essendo solo cattiverie. Ma ci sono pure infinità di buchi nell'anima che non riusciamo a colmare, complice l’aberrante indifferenza mescolata con l’attenzione mediatica. Troppa foschia, troppe lacune, troppe vittime di troppo nulla. Continuiamo a dire le medesime cose, ad ogni fatto di cronaca doloroso: che il dialogo è essenziale, che parlare salva. Parlare, che non sia un dialogo di faccine e frasi fatte, che sia uno scambio di parole concrete reali, di sguardi, di strette di mani. Diamo un po’ di calore, diamoci una vita che non sia una parvenza, indaghiamo pure l’animo umano, facciamolo strappando la finzione di uno schermo, che sia verità, che sia abbraccio, che sia un’empatia che non si ferma tra i tasti e l’apparenza.
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