 | La foto simbolo della guerra |
Quello che mi colpisce di un fatto è quello che resta dopo. Quando un fatto accade, a caldo puoi sentire tutto lo smuoversi di sentimenti, puoi sentire un senso di rabbia di dolore. Aspettando, il tuo cervello elabora. Quando hai davanti una scena, un’immagine dolorosa, sei scosso da milioni di sensazioni, poi le metti da parte, credi di non pensarci. Riemergono lentamente e da sole poco dopo senza nessun richiamo. La foto che dicono essere diventata “virale” (oggi si intende quel modo spasmodico in cui una notizia passa da pare a parte tra i vari social e oltre) passa tra le notizie di tutti. Le immagini delle vacanze della tipa bionda, la nuova dieta vegana, l’appello a non mangiare conigli e capretti, la nuova era delle creme miracolose anticellulite. Tutto nello steso calderone. Tutto spinto davanti agli occhi, si imprime come un flash, poi scompare. Quello che resta dopo è il contorno, allora vedi il contesto, vedi cosa ne pensa il mondo. Vedi che basta la faccia del comico di turno a far passare la notizia in secondo piano. Mondo che ingoia e digerisce tutto velocemente. Ma la bimba ritorna. Penso ai miei figli che giocano tra di loro e se lui che è più grande le dice: “Ferma là, mani in alto” lei risponde ridendo e magari con un spintone. La bimba della foto non appartiene al nostro mondo, non appartiene alle nostre annoiate routine. Vive altrove, dove i nostri pensieri faticano ad addentrarsi, in quelle realtà che banalmente chiudiamo in un angolo pensando “Eh, ormai lì ci sono abituati”. Lo stesso luogo comune per cui qui, nelle mie terre si dice “sì, lascia stare, ma dai che temi, si ammazzano tra di loro”: Luoghi comuni, luoghi fuori dal comune. La bimba dello scatto ha un nome e una storia, Hudea è il suo nome, bellissimo come il suo viso, con mamma e fratelli ha percorso 150 chilometri per raggiungere il campo di Atmeh 10 chilometri dal confine turco. Chilometri che non sappiamo calcolare, direi quelli che potremmo percorrere che so, per cercare casa al mare. Perché certe distanze non le puoi misurare allo stesso modo di altri. Certi chilometri sono fughe di dolore, di sete, di fame, di strazi penosi di stanchezza, che vorresti fermarti e non puoi, non c’è il mare dopo a rinfrancare lo spirito. Hudea, è al di fuori di ogni portata, di ogni pensiero. Alza le manine piccole poco sopra la testa, ha il viso tondo tondo, gli occhi un po’ vicini come quelli di tutti i bimbi piccolini. Ma le paure che nessun bimbo della sua età dovrebbe avere. Quegli occhi piccolini hanno visto la polvere, hanno visto il niente voluto dai grandi. I bordi della magliettina sporchi, non sono sporchi di colori e pennarelli come dovrebbe essere. Davanti alla macchina fotografica, a quell'obiettivo lungo e strano, ha creduto di vedere un’arma, ha creduto di doversi arrendere. SI è difesa, stringendo i pugni e le labbra forte forte per non sentire il rumore che avrebbe fatto quel coso nel caso avesse sparato. Come quando i piccoli nascondono la testa dietro una tenda credendo di non essere visti quando giocano a nascondino, sperava di scomparire, o che quella cosa strana chiudendo forte i pugni non le avrebbe fatto male, sarebbe potuta svanire. La foto arriva da noi postata da una fotoreporter, non vi dirò il numero di visualizzazioni che è alto, ma quanto utile a cambiare le cose non saprei. Avanzeremo comunque , nascondendoci pure dietro il finto buonismo per cui diffondere vuol dire “non chiudere gli occhi difronte alla realtà” e magari nel frattempo via ad una partita a Candy Crash. Io di questi finti buonismi non so che farmene. Penso solo che dietro quel viso ci siano realtà che non comprendiamo e dolore che non potremmo mai comprendere, che le nostre inutili bastarde guerre non abbiano mai vincitori né fine. Lasciano in terra soltanto miseria, passando sopra la vita di piccole vite. Ha un buchetto la magliettina di Hudea, e un disegno da bimbi. La luce negli occhi è un lampo di paura che è una colpa, una colpa che appartiene a tutti, nessuno escluso. Nessuno dovrebbe restare immobile. Nessuno dovrebbe avere il coraggio di guardarla questa foto, dolorosa come altre foto sanguinarie o sanguinolente di campi di guerra alle quali quasi ci siamo abituati. Le ragioni degli uomini perdono ogni senso quando passano su vite che hanno diritto ad una vita normale. A giocare senza avere paura, a vivere senza temere di vivere a farsi fotografare sorridendo come siamo abituati a fare noi nelle nostre tranquille, noiose, annoiate, indifferenti vite.
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