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Cultura - SocietàStefania Castella

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03 Aprile 2015
Gita scolastica, i giovani e l'ansia della partenza
di Stefania Castella



Gita scolastica, i giovani e l'ansia della partenza
gite scolastiche

Sono una donna, sono una madre, sono una persona un po’ ansiosa, lo ammetto. Non so se gli elementi abbiano un certo legame tra di loro, ma non credo. So che l’irrazionalità andrebbe combattuta con tutte le forze, ma se fosse facile da controllare, non sarebbe irrazionalità. Credo che queste percezioni siano però assai più comuni di quanto io stessa possa credere. Me lo confermano le recenti ricerche scovate mentre vagavo attraverso l’enorme mare internettiano cercando risposte ad un interrogatorio per qualcuno piuttosto banale.

 

Si dà il caso che stia terminando l’anno scolastico, la bella stagione incombe e incombe l’evento. Quello che i genitori glisserebbero volentieri e che i figli normalmente non vedono l’ora di presentare davanti agli occhi dei loro sapiens. Quell'argomento per cui si dividono tutti, i padri dalle madri, le madri dalle loro madri (le nonne sono sempre a favore dei nipoti), i figli, solitamente gli unici che non si accorgono di questi “dietro le quinte”, basta salire sull'autobus per aver raggiunto l’obiettivo.

 

L’obiettivo è la fatidica gita di fine anno. Una volta assomigliava più ad una tappa fuori porta, dietro l’angolo, magari prevalentemente noioso-culturale: scavi archeologici, soste museali. Oggi anche il viaggio 2.0 deve essere all'avanguardia, così la maggior parte delle volte, e negli ultimi tempi di più, trattasi di villaggio turistico (non capisco ancora la valenza culturale del bagno in piscina e ignoro l’impatto del tiro con l’arco) con tutti gli annessi e connessi. Eppure la nota, non è tanto il tipo di luogo (ho promesso a mio figlio che non avrei approfondito l’argomento villaggio turistico) quanto quello che i molti giovani in un sondaggio recente, fanno emergere. La maggior parte degli intervistati, ascoltate bene: ha paura, avverte l’insicurezza generale, teme il viaggio, una buona parte rinuncia volentieri. La cronaca recente, fatta di incidenti come quello dell’aereo abbattutosi sulle alpi francesi, la paura del terrorismo, a quanto pare sono il nuovo specchio in cui si riflettono le nuove generazioni. Che strano, pensiamo, sembrano così distratti nel loro mondo virtuale, sembrano così invincibili…Eppure emerge dentro loro, un mondo che spesso ignoriamo. Attraverso lo schermo dei loro P.C appaiono come assuefatti da quello che ruota intorno, eppure viene da chiedersi quali strumenti abbiano per difendersi, non solo dall'accadimento, ma dalla percezione dello stesso.

 

Il sondaggio rivela che tanti rinunciano all'aereo preferendo l’autobus, le mete italiane rispetto a quelle estere, e possibilmente vicine. Dovrei forse tirare un sospiro (infimo) di sollievo, perché in fondo a pensare ad una meta straniera e al volo in aereo, non starei qui a commentare ma a trovare un modo per convincere mio figlio a rinunciare. Lo so. È una cosa che non si dovrebbe fare, bisogna essere razionali e le paure personali non devono in nessun modo limitare scelte, e decisioni filiali. Certo dirlo è una cosa e accompagnarli in aeroporto un’altra. Ma non credo ci sia da gioire di tutto ciò, delle rinunce, dei timori. Ricordo le gite (poche in verità) dei miei anni scolastici e quell'adrenalina che già si sentiva dai giorni prima. Quell'attesa che ti teneva sveglio la notte così che la levataccia (le partenze in pullman iniziavano sempre intorno alle sei del mattino) non ti coglieva di sorpresa o di stanchezza. La scelta delle cose da portare, il posto da preferire e anche il compagno vicino al quale sedersi.

 

Quel senso di libertà della prima volta lontano da casa. Oggi che quasi uno studente su cinque, ammette di rinunciare per “paura”, da genitore, sento tutto il peso di una sorta di sconfitta. Dovrei essere contenta che mio figlio non mi dia grane o preoccupazioni e rinunci, ma sotto sotto non è così. Perché sotto sotto forse siamo un po’ fatalisti e sappiamo (con giusta ragione) che non è richiudendosi che si trova la salvezza dal mondo che in qualche modo spaventa. Dovremmo porci un po’ di interrogativi tutti. Bisognerebbe essere filtri che assorbono e rimandano il modo di leggere la vita intorno, perché la rete e la notizia non ingoi. Perché non si creino spirali di timori che generano ansia.

 

La libertà, la possibilità di vivere collettivamente un’esperienza che ricorderanno sempre, non può essere messa da parte per il timore dell’incombenza di chissà quale minaccia. Se ne discute poco e a fronte di mille problematiche scolastiche forse non sembrerebbe questa la più essenziale, eppure ogni anno si ripropone la questione. Organizzare, rinunciare. Classi che non si formano (diciamolo pure anche per questioni economiche che scelte oculate potrebbero ovviare) professori che nicchiano. Direi essenzialmente, che soprattutto ai nostri ragazzi bisognerebbe chiarire le idee, perché non si limitino, in un’età in teoria, che dovrebbe essere la parentesi più spensierata (in realtà non lo è). Di tempo per l’ansia ce n’è tanto davanti, riflettiamoci anche noi genitori, mettendo un po’ di timori da parte. Partire con intelligenza si può, basta informarsi e lavorarci con serietà. E infine vorrei ribadire a mio figlio che per quanto riguarda la gita (mio figlio rientra in quella percentuale che non ha alcun tipo di timore) non ho ancora deciso.








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