 | | Pasqua di rinascita |
Cerco parole per questa festa di resurrezione. Le cerco che siano universali, che siano linguaggio di chi crede e soprattutto per chi non crede. Troppe divisioni, troppa sofferenza per distinguere, quello di cui abbiamo bisogno è un senso di pace che sia qualcosa di profondo che porti nessun dogma al di sopra di nessuno. Non c’è da convincere chi non ha nessun compagno di viaggio a cui confessare un’esistenza, ma sussurrare agli altri che può esistere qualcosa di più grande di noi, che lenisce la sofferenza, che può essere aiuto quando non siamo altro che noi, davanti a noi. Cerco parole nella voce di un uomo che credeva a suo modo e credeva molto più di me o di tanti altri frequentatori di Templi. Il maestro Fabrizio De André che dedicava tante parole a quella forma di Dio in cui credeva a modo suo. La figura di un’essenza superiore capace di qualunque forma d’amore, donando suo figlio al mondo. Figlio umano, di carne, di sangue, figlio e fratello. Le sue non sembrano preghiere di un uomo che non crede. Nonostante qualcuno lo creda. Sembrano il bisogno di un richiamo, di un aiuto a chi rappresenta la luce, la verità che non è quella terrena, comune, occultata dal culto. I suoi Vangeli sono quelli che raccontano l’uomo nel modo più vicino al suo modo di essere, quei Vangeli apocrifi che rappresentano l’umanità che lui amava e raccontava. L’infanzia di Maria bimba e sposa, Giuseppe uomo, padre, compagno e la sua accettazione di quel Miracolo di vita in forma in-umana, sovra-umana. Per cui l’immedesimazione o perlomeno un’idea di qualcosa di grande, più grande di tutto prende forma nel cuore più scettico. Uomo al di sopra di tutto e pur sempre uomo. Lo stesso figlio di Dio è uomo che soffre, che conosce il suo destino e non si tira indietro. La sua moralità, oltre l’amore, sopra l’amore stesso è la nostra ricerca e bisogno di moralità. “Io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore”. Quell'insegnamento a donarsi senza chiedere nulla in cambio. E se nulla può essere più doloroso che perdere un figlio, le parole di Maria che piange suo figlio che è Suo figlio, per lei, e non solo quell'angolo di Paradiso che rappresenta per gli altri, sono parole così umane da rassomigliare alle parole di tutte le madri. “Per me sei Figlio” sussurra Maria attraverso le parole di De André e lascia passare la sofferenza umana e terrena, la pietà è a suo modo quella apertura del cuore che professa chi crede. Risorgerà suo Figlio soffrendo in Croce come i due ladroni, pensarlo umano significa dare una possibilità al bisogno che abbiamo di credere che può esistere un amore che è forma di amore e basta, salvazione, consolazione.
In mezzo alle brutture terrene, le persecuzioni le assurde divisioni quotidiane, forse il bisogno di una pace reale è ancora più forte. “Pesach” la parola ebraica da cui deriva “Pasqua”, è “passaggio” passare oltre, oltre le differenze, oltre le divisioni. Oltre l’odio che nessuna forma di Dio chiederebbe, vorrebbe. Questo nostro bisogno di credere nella possibilità della resurrezione vuol dire avere bisogno di sperare, sperare che ci sia un significato per noi e per il tutto intorno. Credere, darsi un’opportunità, che possa esistere per le nostre vite una rinascita, che sia apertura verso gli altri che possa esistere qualcosa dentro noi che faccia sperare. Che non sia solo quel cioccolato che mangeremo con i nostri figli per cui non c’è da aspettare visto che le uova di cioccolato si aprono quasi un giorno sì e uno no, che questa Pasqua, sia una risposta dell’anima e il ricordo del sacrificio umano di un uomo sopra di noi. Che non era solo Figlio di Dio ma anche e soprattutto fratello degli uomini. Una bellissima canzone canta oggi “credo negli esseri umani, che hanno coraggio, coraggio di essere umani”. Lo vorrebbe anche Lui e anche questa sarebbe per noi una nostra bellissima rinascita.
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