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Cultura - SocietàStefania Castella

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17 Aprile 2015
Il delitto di Pordenone, famiglicidio, odio che esplode tra le mura di casa
di Stefania Castella



Il delitto di Pordenone, famiglicidio, odio che esplode tra le mura di casa
quell'amore che
dovrebbe proteggere

Se avete avuto la fortuna di vedere il bellissimo film “Stand by me” di Stephen King, vi sarà rimasto dentro l’universo dell’amicizia che nell'adolescenza è quella famiglia che spesso non c’è. C’è una frase detta da uno dei protagonisti cui ho ripensato leggendo questa storia: “Mi stupii che amasse tanto suo padre benché l'avesse quasi ucciso, io non avrei dato un soldo per il mio che non mi aveva più picchiato da quando a tre anni avevo bevuto della candeggina”.

 

Mi è passata per la mente quando leggevo la fredda cronaca di una fredda notte, in cui della vita di una piccola di sette anni non è rimasto che un involucro da sistemare in una cassa di zinco. Nella stessa auto insieme alla sua mamma. Quella bimba chissà cosa avrebbe dato per il suo papà. Proprio quel papà che le ha strappato la vita insieme a quella della mamma. Ultimo atto di pietà in questa storia brutale, che l’ultimo viaggio lo abbiano fatto nella stessa auto, magari saranno insieme in chissà quale universo tenendosi per mano.

 

Questa è solo una delle tante storie che affollano le pagine dei giornali, che racconto perché non ci si abitui. Non ci si può abituare alla violenza, alla sopraffazione, non si può fingere e ignorare il bisogno d’aiuto di una donna che ventiquattro ore prima cercava sostegno e probabilmente chiedeva solo di sentirsi protetta, perché non aveva sporto denuncia contro quel marito che le aveva detto “Ti ammazzo”. Ti ammazzo perché mi lasci, perché vuoi rifarti una vita, ti ammazzo perché vedi, mi fai impazzire. È colpa tua. Le frasi si susseguono in un crescendo sempre uguale, puntano a spaventare a demolire l’intenzione di liberarsi di una vita che non si vuole più. È difficile ammetterlo. È difficile riuscire a chiedere aiuto e tante restano e sopportano, altre ci provano e commettono il fatale errore di aspettare un’altra notte, di dare un ultimo appuntamento. A questo più di una volta e ancora non smetteremo di dirlo, non si dovrebbe mai rispondere. Un ultimo appuntamento non cambierebbe nulla di un amore finito male, un giorno ancora non cambierebbe un uomo che vi lascia ferite dentro e fuori, che non riesce a pensarvi lontane da lui, che preferirebbe cancellarvi che vedervi lontane. Quella bimba invece è un mondo a parte, è il mondo che quest’ondata di odio la riceve per conseguenza, nel suo universo di bambina, di scarpette rosa, di zainetto che ti fa incurvare le spalle, di sorriso col dentino mancante, il papà è eroe, è amore puro. Per lui, anche se non riceve quell'amore che tanto brama, anzi spesso soprattutto chi riceve meno amore di quel che dà, darebbe la vita, per un sorriso d’affetto.

 

Questo è il tradimento più orribile di tutta questa storia. Hiba ha solo sei anni e paga per la spirale di odio innestata intorno alla sua vita. Quella spirale di odio che è buio della mente nella quale non si riesce a penetrare per tirarti fuori. Le maestre, i compagni il banchetto vuoto, quello che resta è desolante. Una camera, un divano semplice, un piccolo peluche, un foglio disegnato poco prima. Un mondo in cui mamma e papà sono due pilastri due colonne. Mamma di occhi neri e bellissimi, papà che non ci stai nella pelle a rivederlo. Quel papà era mancato per cinque mesi e che importa se aveva dimenticato l’orario di ritorno dalla gita. Hida con le lacrime agli occhi aveva aspettato, ultima sulla soglia, che qualcuno arrivasse per riportarla a casa. I bambini perdonano tutto anche di essere dimenticati. Le si era stretta alle gambe, asciugata le lacrime e al ritorno felice, messa buona buona a giocare in giardino. Mentre dentro era l’inferno. Mamma che costruiva il suo piano, che immaginava un’ultima notte e poi ritirare i soldi e poi raggiungere quel centro e farsi proteggere, e poi solo questo, solo un’ultima notte. E la mano dell’uomo che non ha pietà. Che sfregia la donna che amava, la colpisce le toglie la vita, quella donna che gli dormiva accanto e che non voleva più subire. Raggiunge la camera della piccola e la finisce a colpi di coltello, la pietà? Si forse nel posarle un lenzuolo bianco sul viso. E vanno via insieme, madre e figlia senza più un corpo riempito di vita, lui che chiama i carabinieri e l’anima l’ha smarrita chissà dove, chissà quando.

 

Non abbiamo altro, molto altro da aggiungere, solo chiedere scusa alle tante vittime innocenti che pagano, che cadono sotto le mani di chi dovrebbe proteggerle, che si fidano di occhi che riconoscono. Chiediamo scusa perché spesso il mondo è distratto e non ascolta i richiami di chi non ha la forza di urlare “aiuto”. Chi chiede aiuto spesso fa un passo avanti e due indietro, perché ha paura, perché non sente una rete di protezione intorno. Non potremmo più aggiungere niente solo sperare che in un universo parallelo ovunque sia, tutte le vittime che hanno subito, che sono cadute sotto i colpi di un amore mancato, amore che ha ucciso, possano trovare quella pace che sulla terra non hanno potuto avere.








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