 | | Oriana Fallaci |
So quando è cominciato tutto, so esattamente il luogo, il giorno, il momento in cui l’alieno nascosto in quella nuvola nera entrava dentro di me, l’ho avvertito subito dalla lingua nera, dal dolore lancinante al petto e qui dietro ai polmoni. Erano quei pozzi, centinaia, che bruciavano, che facevan, di mezzogiorno, mezzanotte. Quello era l’uomo, quella la sua opera, ha lasciato che l’alieno penetrasse nella mia carne nelle mie ossa. Di fronte a lui sono immobile e impotente, come quando mi tenevano puntata la pistola alla tempia e mi costringevano a star immobile coi colpi che impazzavano intorno, ecco come allora, non posso opporre resistenza. Come quando ho visto i suoi occhi e quei baffi e quella faccia nemmeno tanto bella, solo semplicemente una calamita che niente avrebbe potuto allontanare da me, forse solo il gioco della vita, si certo e dietro solo un uomo. Forse quello stato in cui, stanchi, ci si arrende all'altro. Siamo questo in fondo, solo uomini e mi ci metto anch'io che non mi piace distinguere in classi gli esseri umani, come sui giornali si distinguono in sezioni lo sport, la politica, le previsioni meteorologiche.
Sono uno scrittore in fondo no? Lo sono stata sempre dentro. Ecco, questo è il punto. E ora sono stanca anche a starmene seduta, ma vincerò questa stanchezza per il mio bimbo. Sta lì che aspetta paziente, ogni tanto lo tiro fuori dal cassetto, me lo tengo accanto, lo giro, lo rigiro, lo correggo, l’aiuto, lo coccolo un po’, poi quando le forze vengono meno, lo rimetto via. E tu? Dimmi come avrei potuto metterti via, come avrei potuto metterti da parte? Tu che eri oltre le domande, tu non eri una scelta mia, eri la scelta di un’altra vita, eri nel grembo d’un'altra madre, avresti sciolto ogni dubbio qualora ne avessi avuti ancora, ma poi? Che avremmo potuto fare io e te? Ridammi gli occhiali e ridammi gli occhi, io te li ho lasciati addosso che eri piccola minuscola e solo con quei grossi occhiali in mano, sembravi ancora più piccina. Ridammeli, per favore. Ridammi tutto indietro e torna dai tuoi compagni, dimmi come avrei potuto scegliere uno sì un altro no, quella sì quell'altra la lascio lì in terra seduta al lercio di quel pavimento a mangiar come un animaletto, con le mani piccine le vene gonfie che si vedevan attraverso la pelle, pezzetti di bocconi insulsi, come tutti foste piccoli vecchietti arresi.
V’avrei strappato via per dire “Venite con me, venite via tutti” che questa non è la vita, che questa non è guerra, che non ci son giustificazioni, che non fischiano le bombe, che non devi correre e ripararti eppure vorresti tanto coprirti gli occhi e non vedere che lì c’è tutto il dolore del mondo. Lo sai, lo so che sarò il foglio bianco su cui altri scriveranno, lo sai, diranno “Eh la Fallaci aveva anche lei un cuore, proprio lei” ma io non voglio darmi in pasto a questo mondo più lercio di questo pavimento. Che ho sempre lottato per la libertà io, e loro saranno liberi di dire quello che vogliono ma questo no, farmi passar per una donna monca no, non glielo permetto. Io non potevo tenerti con me. Come avremmo potuto fare tu ed io, correre via insieme e poi saltar sul primo aereo e poi insieme Istanbul, Bangkok, New York. E poi? Tutti i tuoi bisogni, quelli elementari quelli normali che io ho messo da parte per altro, come avrei potuto fare? Avresti aspettato me seduta buona buona che finivo di pigiare sui tasti senza orari, senza distinguere il buio dalla luce, senza bisogno di mangiare o di bere. Mi avresti chiamata con un filo di voce e io di volta in volta avrei lasciato, mi sarei alzata per il bicchiere d’acqua, per il pezzetto di pane, per un biscotto. Non ti sarebbe parso di viver in una cella? Cos'altro t’avrei potuto dare io? Sognavi forse che avremmo potuto far la spesa insieme o che ti avrei potuta aspettare sull'uscio della scuola parlando con altri genitori. Avrei chiesto di te alla maestra, sorridendo alle riunioni gentilmente. Credi? Oppure avrei mandato qualcun’altro al posto mio e tutte le incombenze non sarebbero state mie. Allora ci saremmo godute solo lo smalto alle unghie da soffiarci sopra e poi e poi avrei mosso l’aria per levar il fumo ogni volta che mi passavi accanto. Avrei tuffato il naso nei tuoi capelli, sentito l’odore di te entrarmi nelle narici e nel cuore. Avrei aspettato ti si chiudessero le palpebre leggere, avvicinate tra loro le ciglia lunghe, per scivolar via dal tuo abbraccio caldo e magari tornar dai miei bimbi a pigiare ancora e ancora, e sai che i tasti fan rumore e allora ti saresti tirata su coi capelli scomposti, col pigiamino un po’ maltrattato, ti saresti strofinata gli occhi e avresti detto “Mamma?” E io “sono qui”. No, questo non lo darò al mondo, no non io che ho combattuto per la libertà, per gridar al posto delle donne ingabbiate nelle loro orribili palandrane che guardavano il mondo dalle fessure dei loro lenzuoli dittatori. Io no, questo no. Non avrei permesso al mondo di pensare solo un momento che una donna è donna perché madre. No. Mi avresti capita?
Cosa t’avrei detto di tua madre e di tuo padre? che erano eroi caduti in guerra, che la guerra eroi non ne ha perché la guerra è solo sporca e senza senso. T’avrei mentito? O avrei detto di lui che aveva gli occhi dolci e la testa dura, la schiena dritta che non s’abbassava mai davanti a nessuno. Che era più di un politico, più di eroe, era un poeta più di ogni cosa, che scriveva sui foglietti minuscoli che tirava fuori dai pacchetti delle sigarette. Ti avrei regalato l’idea di un padre che era anche la mia. Io non ho mai voluto un principe azzurro, e avevo un’idea tutta mia e un ideale troppo alto per disperderlo accanto a qualcuno, ma in qualche occasione avrei potuto cambiar parere. E “ogni volta che leggeranno di Alekos sarà come vederlo ritornare”.
Avresti desiderato due genitori normali? T’avrei detto, aspettami parto, non so se torno e quando torno. E ora cosa t’avrei raccontato dell’alieno? m‘avresti vista smarrita spaventata più che alla guerra. Mi avresti chiesto anche tu “cos'è la vita” o qualche altra domanda che fanno i bambini, di quelle che ti restano dentro e non puoi cancellare e non sai rispondere. “Perché?” e io non avrei potuto guardarti, non avrei potuto ribattere.
Per me, per il mondo, per la libertà. Ma che avresti potuto dire? Quel che dicono i bambini, che “non m’importa niente della libertà né del mondo m’importa di te”. Forse adesso m’avresti tenuto la mano, forse la mia paura come allora l’avrei rinchiusa in una delle mie valigie. Adesso in questo piccolo volo forse saresti tornata con me o magari saresti stata troppo occupata con un marito, un figlio, una vita tua, chissà. Questo è il mio ultimo volo, partivo da donna indomita che mi dicevano che ero matta, che ero insopportabile. Che non era normale salire su un aereo da guerra coi mocassini. Che la guerra non era cosa da donne, come la politica. Che se c’era un modo per quegli astronauti di tornar di sicuro dalla luna, quello era portarsi dietro l’Oriana. Ma dicevano anche che ero grande, che ero l’unica. Partivo e tornavo col mondo ai miei piedi attraverso il deserto del cuore degli uomini.
Sai cosa vuol dire non avere bisogni? Neanche un posto per far la pipì. Non aver bisogno di un bacio, di una carezza, di un bagno e di una doccia. Esser una donna tra cento, duecento uomini, nelle sere di luci in cielo di bombardamenti dove a tutto pensi fuorché alla distinzione tra uomini e donne. Io ero uno di loro, e mai che mi fossi pentita. Ma sai cosa? Non è vero forse che i bisogni non ce li hai, forse questa è l’unica finzione che ti permette di sopravvivere, l’illusione d’esser una roccia che non ha bisogno di niente. Non sai quante volte ci ho pianto per questo, per il fatto di sembrar sempre troppo dura, troppo forte, non aver nessuno che ti protegge. Quel bisogno certe volte, era solo bisogno di esser viva. Certe volte devi far finta che non ti serva null'altro che te, i tuoi occhi, la tua testa, le tue dita, per scrivere, per raccontare. Ridammi i miei occhiali per favore, lasciami andare.
Sento il rumore dei miei passi sui sassolini e la voce della suorina dietro di me “la porta via?” come si porta via un pacco. Ridammi gli occhi, me li porterò dietro finché viaggio. E t’avrei presa su, appesa al collo come volevo saltar su al collo di mia madre quando c’erano sassolini come questi a far del male sotto i piedi: “Mi prendi, che c’è i sassi?” “Cammina che il mondo è pieno di sassi te ne accorgerai...” Ho imparato da lei a non far la bambinetta e insegnato alle donne a resistere che in fondo forse sono veramente tutte uguali, forse. Ora devo andare c’è un volo che m’aspetta, tira su le gambette da vecchietta e la schiena piegata dalla vita, guardami sto volando via anche per te, lo so, lo faccio per te anche…sicché
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