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Cultura - SocietàStefania Castella

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30 Aprile 2015
Chernobyl, oltre una sbarra, la vita prima e dopo
di Stefania Castella



Chernobyl, oltre una sbarra, la vita prima e dopo
Prypjat una delle
cittadine interdette
dopo il disastro

Sasha ha 14 anni, un gatto, due genitori e un fratellino piccolo. Ha le gambe lunghe, i capelli chiari e gli occhi del colore del ghiaccio, ha girato tutta l’Europa nonostante la giovane età, è stata in Francia più volte, in Inghilterra di più, infatti parla molto bene l’inglese, è stata anche in Italia tante volte, le piace molto, come le piace ritornare a casa, dove ci sono i suoi amici e tutto il suo mondo.

 

Il nome del suo paese sarebbe difficile da scrivere e da leggere, vi si sono trasferiti i suoi genitori quando lei era piccola per cercare lavoro, in un luogo contaminato era più facile trovare occasioni. Sasha affonda le gambe nella neve alta, è freddo intorno, molto, molto freddo si fa fatica a fare anche le cose più semplici. Il bagno fuori di casa, una strada impervia da attraversare a piedi per raggiungere la scuola, fuori, dove c’è il mondo oltre, dall’altra parte della sbarra.

 

Sapete, c’è chi divide l’umanità in epoche A.C, e D.C, chi divide il prima e il dopo dall'undici settembre. Per tanti l’umanità e la vita stessa, passano invece per il prima e dopo di un sabato del 26 aprile 1986. Alcuni, come Sasha, non erano ancora nati, ma la loro vita sarebbe stata condizionata da quella data, allo stesso modo. Tanti piccoli come lei, girano l’Europa da quel momento, in periodi stabiliti, prendono poche cose e partono per smaltire le loro radioattività per due, a volte tre mesi, ritornano a casa continuando a respirare la stessa aria di prima, continuando a bere e mangiare lo stesso cibo di prima, tanto che qualcuno sussurra ci sia chi approfitta per trasformare operazioni umanitarie in qualcosa che lucri in qualche modo.

 

Ce ne sono tanti a lasciare villaggi immersi nella nebbia delle nostre conoscenze, in cerca di piccole normalità perdute.

Poco sapevamo di paesi della Bielorussia, dell’ex Unione Sovietica, dell’Ucraina, ma quegli anni la paura portò come un tam tam nomi, storie, luoghi cercati per sapere, per conoscere la verità di ciò che accadeva. E ciò che accadeva in quei paesi era il più grande disastro mai registrato in fatto di incidenti nucleari. Classificato al settimo livello nella scala I.N.E.S (scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici) mai prima di quel momento si era arrivati a quello stadio, sarebbe accaduto solo dopo, quando a seguito del terremoto di Sendai (2011) nella centrale nucleare di Fukushima, si sarebbe vissuto lo stesso inferno.

 

Prypjat non vi dirà molto eppure è il fulcro di tutto. Potete cercarlo sulle cartine, conoscerne la posizione, la localizzazione esatta, la misura della superficie, potete scorrere le notizie fino al numero di abitanti pari a 0. È nello stato dell’Ucraina ed è uno dei villaggi interdetti, come altri, nel raggio di 30 km dall'incidente. Zone circoscritte da quel giorno, zone divise da una sbarra, oltre la quale non si può andare se non accompagnati, in alcuni giorni stabiliti da guide specifiche. Luoghi fantasma, abbandonati, sospesi, luoghi che da un momento all'altro sono stati cancellati, negati alla vita. Prypjat in particolare è in una fotografia in bianco e nero, una città moderna: case, scuole, parco giochi, piscine, un grande albergo e un palazzo della lettura dove ritrovarsi. In quella foto, sullo sfondo, si intravede una costruzione, è il 1983 e si ultima l’innalzamento di quella Centrale che darà lavoro, energia e speranze. Quella cittadina nasceva apposta per accogliere i lavoratori di quel centro. Prima di quel sabato c’erano voci facce rumori, bambini e madri e padri. Dopo, più nulla, quelle sbarre divisero un prima e un dopo, il mondo dentro e quello fuori.

 

Era notte fonda quando si ultimavano le operazioni del programma, portate avanti dagli operatori della centrale. Diranno le testimonianze dopo, che qualcuno non era adeguato al ruolo, che ci furono degli errori nel bloccare i circuiti di sicurezza. Era stato caldo quel sabato, un sabato come tanti. Le operazioni andarono avanti a lungo e una serie di errori fatali ingaggiarono reazioni chimiche a catena, impossibili da arginare. Alle ore una, ventitré minuti e quarantaquattro secondi, il controllo della centrale sfuggiva completamente di mano. La presenza di acqua, il contatto con le barre presenti, l’aria, il rialzo termico, provocarono un surriscaldamento ed un esplosione talmente forte da far letteralmente saltare in aria il coperchio del corpo centrale. Questi, fu proiettato in cielo, le sue mille tonnellate di peso si abbatterono sulla costruzine laterale schiacciandola, iniziò a salire nell’aria una nube mefistofelica che accompagnata dal vento, cominciò a spostarsi verso nord sempre più in alto, sempre più lontano. Quello che accade dopo, fu molto confuso e nessuno riuscì a comprendere la portata dell’incidente subito. I primi operatori furono mandati sul posto per misurare il valore della contaminazione e non avevano che contatori Geiger e mascherine chirurgiche. Registrarono dati che avevano dell’incredibile, basti pensare che sono sufficienti 500 Rontgen in un lasso di tempo di cinque ore per uccidere un essere umano e sapere che in alcuni punti si raggiunsero picchi con valori pari e superiori a 60 mila, per capire cosa sarebbe potuto restare di quei luoghi.

 

Vigili del fuoco, volontari, militari, sollevarono per giorni enormi blocchi di grafite da cinquanta chili con le sole braccia, sotterrando tutto quello che era contaminato, toccando senza alcuna protezione, respirando aria con la quale sarebbero dovuti restare a contatto pochi secondi, dandosi il cambio nella speranza di distribuire le radiazioni. Diventarono nell'arco di pochi giorni materia della stessa materia che avevano sollevato, molecole radioattive e massa della stessa massa che avevano cercato di eliminare, erano i “liquidatori”, pianti oggi come eroi.

 

La cittadina di Prypjat quella domenica successiva ancora non riusciva a realizzare, gli abitanti avevano cercato di capire cosa fosse quel liquido bianco che correva per le strade, a mezzogiorno c’era ancora un parvenza di normalità prima dell’allarme e “attenzione, attenzione” con pacatezza, si cercò di tranquillizzare tutti, chiedendo di prendere poche cose necessarie per stare fuori al massimo due o tre giorni. Sono passati trent'anni quasi, da quel giorno, nessuno è più ritornato. Il destino di milioni di persone era tutto lì. Molti morirono nei mesi successivi tra atroci sofferenze, altri capirono sulla loro pelle che il fall-out radioattivo non si sarebbe esaurito per decenni, che le generazioni successive avrebbero ancora pagato per quegli errori. Le piante, gli alberi e quello che era stato interrato, contaminava le falde acquifere, tutto quello che si era disperso nell’aria si era fuso con la terra e con l’acqua, la risposta sarebbe stata nell'aumento di patologie gravi, deformazioni genetiche, dolore e sofferenza in un imbuto di buio infernale. Un sacrificio costante e protratto nel tempo

 

Proprio in questi giorni in alcune delle località interdette, si sono verificati una serie di incendi dei quali non si conoscono le origini ma la gravità in merito alla dispersione di alti fumi radioattivi, sì. E si torna con la memoria a certi luoghi dimenticati da tanti, da noi, così lontani. Oggi Prypjat è più verde di quei giorni grigi, lo sbatacchiare di una finestra, l’urto di porte abbattute dal vento, le betulle prepotenti. A due passi da quella “Foresta rossa” in cui le radici hanno assorbito tutto quel materiale radioattivo mutando di colore, qui le strade sono vuote di vite e tutto è rimasto com'era. Attraverso le finestre si vedono tavoli e sedie, oggetti rimasti intatti a testimoniare quello che ieri era lì. Le risate nel parco giochi, il luogo più contaminato tra tutti. Ci sono ancora i passi confusi di bambini che trascinavano le loro bambole attaccati alle mani delle loro mamme, aggrappati alle gonne in un’enorme confusione. L’eco del dolore di ospedali che si sarebbero riempiti di occhi vuoti uguali e diversissimi, di stesse madri con lo stesso sguardo vinto, sulle testoline calve e le facce gonfie di cortisone.

 

Sasha racconta quello che ha sentito, vive una vita normale, a volte dimentica quello che beve, che respira, sorride, dice: “Ci vediamo la prossima volta, adesso torno a casa”. Lei a volte finge di non ricordare, di non sapere. Tanti invece, hanno il dovere di ricordare, di memorizzare. Si costruirà un contenitore, un sarcofago enorme che conterrà tutto quello che c’era prima, un sarcofago come quello che racchiudeva i nobili corpi amati di grandi Faraoni per preservarli. Resterà il ricordo di quel corpo non amato, che nessuno vorrebbe preservare ma solo dimenticare, forse non si riuscirà a rimuoverlo mai completamente, soprattutto nella memoria. Luoghi e storie difficili anche da raccogliere per raccontarli solo attraverso occhi e parole. Niente si potrà cambiare come niente si potrà mai dimenticare.








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