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Cultura - SocietàStefania Castella

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29 Maggio 2015
Heysel, trent'anni dopo: una ferita ancora aperta
di Stefania Castella



Heysel, trent'anni dopo: una ferita ancora aperta
uno scorcio
dello stadio

Il 29 maggio del 1985 non era un giorno come tanti, no, era un giorno speciale, per tanti. Giovani e non più giovani, bambini attaccati alle mani di padri, nonni, fratelli. Cappellini, magliette, giornali, risate, cori. Un giorno speciale. Quanti tifosi, quanta gente, quanta folla. Immagino facce come quella di mio padre, di mio fratello, immagino l’emozione di chi per la prima volta varcava i cancelli di uno stadio e chi alla fine ci era stato mille altre volte e sempre con la stessa emozione della prima. Cose da tifosi, di un mondo in cui per un giorno solo, respirare la stessa aria del tuo campione del cuore, veder passare la maglia della tua squadra, può bastarti per la vita, non dovrebbe costarti la vita.

 

Bruxelles, finale di Coppa dei Campioni, Juventus – Liverpool, lo stadio Heysel gremito. Italiani e inglesi in curve opposte in quella struttura che, molti avrebbero raccontato dopo, appariva a tratti fatiscente. Eppure quello stadio di manifestazioni ne aveva ospitate tante. Inaugurato nel 1930 la sua capienza di circa 70.000 persone ne aveva fatto un vanto per il paese, di certo negli anni ’80 nonostante il prestigio, le sue condizioni non erano probabilmente la priorità per qualcuno.

 

Tra gli scampati che oggi raccontano, qualcuno ricorda di essersi salvato perché salito sul tetto del bagno, unico per tutta una curva, della grandezza di una cabina telefonica. Altri tempi, forse neanche l’ombra delle strutture super tecnologiche moderne che si vedono in giro. Gli italiani occupavano i settori M, N, O, i tifosi del Liverpool X, Y affiancati al settore Z di tifosi lontani dai club organizzati, tifosi italiani, juventini, separati da basse reti metalliche dalla curva del Liverpool ai quali si erano uniti i “Cacciatori di Teste” (Headhunters) tifosi del Chelsea. Palla al centro prevista per le 20.15 ma già un’ora prima, come già ore prima, il fermento sembrava dare i primi segnali.

 

Tutto accade quando la parte più accesa della tifoseria inglese, gli Hooligans, comincia a spingersi verso il settore Z come nell'intento di conquistare un territorio nemico. I tifosi che forse avrebbero potuto respingere gettandosi nella rissa, erano lontani, per cui l’ondata servì soltanto a sfondare le reti divisorie a creare panico a spingere chi era nel settore a cercare una via di fuga. Molti si diressero verso il basso cercando di raggiungere il prato, ma vennero rispediti indietro dai pochi agenti.

 

In tutto quel marasma le manganellate delle forze dell’ordine arrivavano nel caos respingendo chi tentava di scavalcare, saltare, scappare dalla bolgia infernale che si stava creando. Questa compressione fu a ondate successive, la seconda, la peggiore, troppo potente, la folla ormai concentrata quasi del tutto a ridosso del muro che non regge a quella spinta.

 

È l’inferno. Qualcuno si tiene, altri cadono, volano di sotto, uno sull'altro, qualcuno sviene, la pressione di corpi su corpi, è insostenibile. Chi si tira via, cerca di tirare via gli altri. Qualcuno corre, tanti non ne hanno la forza, cadono stremati, sotto shock. A terra, distesi, corpi. A terra, scomposti, pezzi di vita, una scarpa, un documento, una foto. Strisce di sangue, tante lacrime e quelle non si vedono, le senti solo bruciare forte sulla faccia. Le immagini, trent'anni dopo, mettono ancora i brividi. Le testimonianze di chi ha vissuto quei momenti sono racconti da Miracolati, le sensazioni ancora vivide parlano della totale disorganizzazione, dei pochi agenti, su tutto, quella recinzione da rete di pollaio a dividere tifosi “tranquilli” da una parte notoriamente più agguerrita. Inutile.

 

L’esplosione di chi cercava di raggiungere l’uscita era stata apocalisse. E una parte del mondo, quelle immagini le vedeva in diretta Tv. La voce di Bruno Pizzul incerta, imbarazzata, raccontava di tafferugli, diranno poi, che già dalla parte opposta si faceva fatica a capire cosa stesse accadendo. Diranno poi, che per questo e per evitare danni ulteriori, quella partita, quella sera, si sarebbe giocata comunque. I morti: 39, tra questi 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi, 1 irlandese, 6000 feriti, un campo di guerra, un domino dove vedi la gente cadere abbattendosi l’una all'altra, cercando di tenersi stretta a chiunque per non cadere. Le grida di aiuto saranno spesso voci disperse nella folla e folla di troppe facce per distinguere i vivi e i morti. Da casa, attraverso lo schermo, la sensazione di qualcosa di surreale. Lo Stadio Heysel fu abbattuto successivamente, oggi si chiama “Re Baldovino” in onore del Re del Belgio a trent'anni di distanza, quei fatti, è doveroso ricordarli ancora. Una targa fuori da quello stadio riporta la memoria. Onore ai caduti come si fa per le battaglie.

 

L’ “Associazione fra i Familiari delle vittime dell’Heysel” (con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Regionale del Piemonte e della Consulta Regionale dei Giovani) terrà una commemorazione nel giorno 29 maggio 2015 alle ore 15.30 presso la Sala Viglione nella sede del Consiglio Regionale Piemonte, Palazzo Lascaris in via Alfieri 15,  a Torino. SI ricorderà riflettendo, si terrà un monologo teatrale “Heysel: Io sono la memoria-Lettera da Bruxelles” di Domenico Laudadio (membro dell’associazione) con l’interpretazione dell’attrice Francesca Cassottana che evocherà le fasi di quel dramma, le cause, le responsabilità.

 

L’Associazione si unirà poi alla Juventus Football Club per la celebrazione della Messa in suffragio dei caduti di Bruxelles (19.30 Chiesa “Gran Madre di Dio”). Recentemente l’assessore allo sport di Bruxelles Alain Courtois ha spiegato: “Vogliamo voltare pagina vogliamo demolire questo posto maledetto per l'Europa e per il mondo intero. Ma le vittime restano nel cuore di tutti i tifosi”. Noi ricordiamo quei corpi senza divisione di maglia o di colore, perché sebbene vi fossero squadre distinte quel giorno, tutto il calcio perdeva un pezzo, e il dolore non riportava sulla maglia nessun colore, nessun numero, nessuna differenza








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