 | Meravigliosa Michaela oggi |
Vent'anni non sono uguali per tutti, non sono uguali per tutte le latitudini. Lo vedi dagli sguardi, occhi che hanno visto talmente tanto da sembrare più grandi di mille anni. Conservano ancora lo stesso splendore, forse di più, come il cielo è più limpido e meraviglioso dopo la tempesta, così dopo la tormenta certe vite mutano di aspetto conservando una luce, che è luce di vittoria sul buio. Michaela racconta due vite, una che è quella vita di bimba nata in una terra dove nascere femmina è già una sconfitta. Una è la vita vera, dopo.
Sierra Leone, Africa occidentale, negli anni novanta la guerra civile non aveva pietà. Terra di coloni, terra di libertà, come il nome della sua capitale, in Sierra Leone la libertà aveva il sapore del sangue, ed è un brutto sapore, l’odore di bruciato ed è ancora più brutto. Qui un esercito di soldati bambini passava sopra un numero di morti che fa impressione a dirlo, quasi 50.000, che prima di raggiungere la pace all'altro mondo conoscevano l'orrore in terra. Sotto il machete nessuno restava in vita. Ci passò anche lei, Mabindy a cui il destino non aveva regalato nulla. Latitudini.
Aveva tre anni quando il papà moriva sotto i colpi dei soldati, restava sola con la mamma, uno zio, fratello del padre, avrebbe dovuto prendersi cura di loro. Ma ci sono latitudini dove essere femmine è già difficile, Mabindy non era solo femmina, aveva sul corpo i segni di una strana malattia, che la gente guardava con sospetto. Noi la chiamiamo Vitiligine, rende il corpo maculato mangia la melanina, la bella Mabindy aveva chiazze che gli sguardi degli altri le sembravano inchiodarsi addosso, disprezzandola, temendola, "le macchie del demonio" “la figlia di satana" dicevano di lei.
Quando la mamma moriva dissero che era stata Mabindy e la sua maledizione, quella maledizione non era altro che fame. Nella casa dello zio, la Sharia voleva dire per le donne venire dopo, e le due donne insieme ad altre donne venivano dopo, il poco cibo, la mamma lo passava alla sua piccolina, così la sua malattia la fame, se la portò via.
Mabindy non ci poteva credere, dovettero tirarla via dalla terra, tirarla fuori mentre tentava di tirare fuori dalla terra, sua madre. Occhi di bimba, occhi tenaci che non credevano che quella mamma non ci fosse più, e che restavano soli. Fu venduta dallo zio ad un orfanotrofio, dove l'orrore non aveva ancora fine. Qui piccolina, non era che un numero, ed un numero troppo alto, anche in quel posto, veniva dopo. C’erano ventisette bambini, ed essere il numero ventisette, voleva dire arrivare dop, quando c’era da mangiare, accontentarsi di quello che restava, venire dopo, quando c'era da vestirsi, venire dopo quando arrivavano a portare via i bimbi lontano da quelle sbarre.
E quelle sbarre le attraversò chissà come la copertina di una rivista, che apriva un mondo. Mabindy guardò quella foto, quel tutù, quel sorriso di ballerina, pensando "posso essere felice anch'io, come lei". Quel sogno fu un cassetto in cui nascondere i desideri, cercare vita quando fuori vita non ce n'era. Quando l’orfanotrofio fu occupato si dovette fuggire via, verso il Ghana dove c’era una famiglia che avrebbe potuto adottarla, lei e la sua migliore amica Mia, la numero ventisei, la sua sorella di dolore e piccole felicità. Quando la misericordia di quella coppia di americani si posò su di lei, sembrò che i sogni si potessero avverare. Forse poteva esserci un futuro anche per lei e per la piccola amica.
La nuova mamma e il nuovo papà le diedero un nuovo nome, una famiglia, un nuovo sogno da sognare. Michaela fu il nuovo giorno che arrivava. Come la scuola di danza, dove in tanti dicevano “una ballerina nera, non si vedrà mai". Quella mamma americana non si faceva abbattere diceva delle macchie: “sono polvere di stelle quando danzi”. Quella mamma il sogno lo incoraggiò sempre, fino a quando non diventò studio concreto nella scuola più prestigiosa di New York.
Michaela DePrince si è diplomata nel 2012 e oggi danza al Dutch National Ballet di Amsterdam, prima ballerina di colore del balletto nazionale olandese.
"Ora so volare" il suo libro (Mondadori) racconta la sua storia dall'orfanotrofio alle stelle, con un sogno tra le mani e negli occhi una luce oltre gli orrori. L’orrore dell’amata maestra con la pancia tagliata a metà dal machete, solo perché incinta e donna e in attesa di quella che era solo una femmina. Una femmina non sempre può scegliere. In certi luoghi, in certi momenti, è carne e basta. L’orrore non si può dimenticare, ma forse può restare congelato nella mente e lasciar andare avanti i sogni, comunque. Spesso i sogni si possono realizzare
Il messaggio di Michaela oggi, è insegnamento per chi, giovane, non sa riconoscersi, per chi spesso, si sente messo in ginocchio dallo sguardo degli altri: "Vi diranno che siete troppo grassi, o che avete brutti piedi. Non ci credete. Credete in quello che siete. C'è stato un tempo in cui ero molto triste, poi ho capito che questa gente sbagliava. Abbiate il coraggio di essere diversi". Essere diversi certe volte è una fortuna. Le buone stelle non si regalano, a volte ci si può nascere sotto, altre volte raggiungerle vuol dire sudare, faticare, farsi sanguinare le mani, attraversare il dolore, e dopo sentire la loro luce forte sul viso, che non smetterà più di brillare. Mai.
Michaela DePrince è la storia del coraggio di una donna che ha vissuto più dei suoi vent'anni e bellissima porta la sua danza al mondo, dono della sua anima ferita ma ancora pura e meravigliosa, un’anima che nonostante tutto, vince, danza e sorride, come sorrideva nei suoi sogni.
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