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Cultura - SocietàStefania Castella

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16 Luglio 2015
Marilyn, giù le mani dal mito
di Stefania Castella



Marilyn, giù le mani dal mito
Marilyn
diva fragile

Una piccola luminosissima cometa. Una scia che lasciava senza fiato ma anche “un’attrice che faceva la sua entrata migliore quando usciva di scena” diceva qualche voce maligna. Il suo corpo parlava per lei anche quando non era ancora l’astro di Hollywood ma una semplice ragazzina sballottata da una famiglia all'altra e l’incubo incollato addosso di poter diventare come sua madre o la madre di sua madre e finire per invecchiare in una clinica psichiatrica, cosa mai avvenuta perché la piccola grande Norma Jean non ha avuto il tempo di invecchiare. I suoi 36 anni sebbene relativamente pochi, fermati sul letto di casa al 1230 fifth Helena Drive di Brentwood, un sabato di agosto del 1962, sembravano molti di più almeno secondo le nuove testimonianze rivelate nel libro “Pardon My Hearse- A Colorful Portrait of Where the Funeral and Entertainment Industries Met in Hollywood” un titolo lunghissimo per le “scottanti rivelazioni” dei due becchini che si occuparono del corpo della diva quando rimosso il lenzuolo non ne videro che una donna.

 

Ecco cos'era, un donna, come tante, nel momento più intimo che un essere umano debba vivere, sperando nell'inviolabilità, e questo alle Dee e ai miti come lei non è concesso, la sua immagine fece appena poco dopo la morte il giro del mondo. Livida, violacea, sfatta, avvolta nel bianco del lenzuolo, la solitudine, la nudità, gli scatti in bianco e nero, rivelano quell'attimo estremo in cui non si poté catturarne l’anima, già finalmente, fortunatamente lontana, ma non si risparmiò sul resto. Quell'involucro, resto mortale che tanti avrebbero usato, ribaltato, rivoltato, svelando, annunciando, cercando, scavando, urlava pietà e pudore all'epoca come oggi, e ancora dopo più di cinquant'anni non si smette di raccontare.

 

Viene fuori che sembrava molto più vecchia dell’età che aveva. Che non aveva troppa cura del suo corpo “le circostanze della sua morte avevano acuito il suo pessimo aspetto ma era letteralmente irriconoscibile”. I capelli crespi, una ricrescita scura che rivelava che la bellissima non si tingeva da tempo, e che allo stesso modo non si curava di depilare le gambe da qualche settimana, il che vuol dire che Marilyn perlomeno da un bel po’ non doveva avere frequentazioni, probabilmente talmente depressa da preferire restare chiusa da sola, in casa. “Aveva seni flosci” è riportato nel libro, e giù dettagli tristi e scabrosi talvolta pure futili come le coppe che usava infilare per “riempire” quando il peso degli anni la faceva somigliare ad una donna come le altre. Povera, dolce Norma Jean, costretta ad essere diva anche quando avrebbe voluto potersi sentire semplicemente sé stessa, senza la paura di essere scrutata, giudicata, fotografata come l’ennesima diva al tramonto. Non era stato facile, nulla era stato facile, né l’infanzia tormentata passata come un pacco messo da una parte all'altra e l’adolescenza di violenza vissuta in bilico tra l’innocenza dell’età e l’apparenza incollata intorno alle sue esplosive forme, che la rendevano più grande di quanto fosse, una bimba intrappolata in un corpo di donna.

 

 

Tutto il successo piovuto sulla sua testa dorata non servì a renderla più sicura, più forte. Continuò per tutta la vita brevissima a cercare di dimostrare al mondo quanto valesse realmente. Sbandando, lasciandosi andare, lanciando quel cuore a briglia sciolta inseguire impossibili ingarbugliati sogni nella forma di uomini che sembrarono frecce troppo alte puntate dal suo arco. Marilyn e i complotti, Marylin e il suicidio, o forse un omicidio, se ne sono fatte mille di ipotesi da quella notte di sabato, mentre la parte che contava brindava all'ennesimo successo lei lasciava la sua vita appesa al filo di un telefono, in cerca di una voce a cui raccontare, una mano che la potesse trattenere. Nessuno sa come andò veramente quella notte, anche le persone più vicine contraddette ogni volta. Quella camera disfatta e pillole lasciate ovunque come i tubetti vuoti, si disse che aveva ingurgitato quaranta capsule di Nembutal, una dose di barbiturici letale, ma le prime indiscrezioni lasciavano già filtrare dubbi. E tremarono facce, amici, colleghi, amanti. Vennero fuori diari e allo stesso tempo, nel momento stesso, sparivano, tutto e il contrario di tutto. Tutto, spesso, solo per tornaconto personale, perché a certi livelli non sei che materiale che se non vende, farà vendere.

 

Ancora una voce, ancora ricordi che gettano più di un velo di pesante solitudine su un mito che preferiremmo ricordare nello sguardo socchiuso, in un alito di vento, in un sorriso che apre il cuore in due, lo sguardo più malinconico che Hollywood potesse tenere puntato su di sé. Marilyn, rimane la Diva, Dea intoccabile, e come a tutte le Dee tanto si concede e nulla si perdona, soprattutto lo splendore. Quello nonostante i racconti che ne faranno, resterà, come la sua fragilità di donna, e quell'ondeggiare sensuale che chiedeva soltanto un braccio sincero da tenere stretto per non aver paura di camminare…Il suo mito non si appannerà dietro il vetro opaco di una nuova immaginata verità.








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