 | adolescenti così vicini così isolati |
Una porta che sbatte, una scrollata di spalle se tutto va bene. Al massimo due o tre parole niente di più, il tempo è preso dal suono di un messaggino, perpetuo, costante. Dietro schermi, mondi paralleli, diari di questa nuova generazione. Un tempo erano chiusi a chiave, oggi i diari sono bacheche aperte, ma non crediate sia più facile entrarci.
Siamo amici e siamo genitori e condividiamo spazi virtuali sfiorandoci senza incontrarci mai. Cosa accade alle nuove generazioni, ce lo chiediamo ogni volta che un fatto di cronaca illumina queste vite che sembrano messe a parte, ci crescono accanto e non ce ne accorgiamo. In questa brutta ultima storia che riempie giornali e TG di queste ore, le bacheche ancora aperte, mostrano dolorosi stralci di normalità. E ci accorgiamo che le vite si assomigliano prima di finire sui giornali. Vittime e carnefici sono a fianco, sono simili, stessi sorrisi, stessi capelli, incolonnati, taggati, come si dice oggi, nelle stesse foto. Cosa raccontano? Ce l’hanno con tutti, come ce l’avevamo noi da adolescenti, con chiunque rappresenti una forma di autorità, ogni divisa, e ogni forma umana che voglia dargli una qualunque regola. E sembrano avere un’unica sola ragione di vita: l’amicizia. Questo alla luce di certi fatti è ancora più doloroso. Sono parte di un nucleo, come è stato per noi, certo, e come noi un tempo ci dividevamo l’aria tra amici, così loro, eravamo sempre contro, anche noi, come forse i nostri genitori, come è stato sempre.
Ogni generazione ha avuto i suoi scontri, il punto però è contro chi si scontra questa generazione? O meglio chi risponde, chi gli è davanti, chi resiste, chi tiene testa, chi riesce ad avere un confronto ad armi pari di fronte a loro, è ora di chiederselo. La distanza che c’era un tempo, linea necessaria, ciò che permetteva di vestire un ruolo, ciò che lo rendeva credibile, oggi non esiste più e l’esempio che crediamo di essere per loro, quanto può valere? Oggi siamo senza distanze, e forse non siamo più credibili. Abbiamo passato il tempo a lenire sensi di colpa, a voler rendere felici i nostri cuccioli, li abbiamo protetti o almeno abbiamo cercato di farlo, abbiamo giocato a fare “gli attuali” e abbiamo perso.
Li abbiamo tenuti vicino, condividendo lo stesso angolo virtuale e abbiamo creduto di poterne trarre un certo vantaggio, creduto nella complicità, creduto di avere la possibilità di essere accolti in quel mondo che non ci appartiene, ma di affiancato probabilmente c’è solo il nostro e il loro nome, forse non siamo mai stati così lontani.
Alzi la mano chi non è amico del figlio su queste piattaforme virtuali che sono ormai più reali che realistiche. Eppure la maggior parte neanche ha il tempo di pranzare o cenare insieme. Se pure negli spot (specchio dei tempi) i figli si richiamano in tavola con un sms, qualcosa deve pur significare. Ciò che sono loro, frutto di ciò che siamo stati noi, una generazione fragile, preda di mutamenti che hanno minato le basi che ancora resistevano, convinti di poter essere migliori di quelli di ieri, In conflitto perenne, genitori che spesso sono i primi a chiedere l’approvazione dei figli. Nel tentativo disperato di fare gli amici, siamo finiti a fare da figli per i nostri figli.
Oggi guardiamo quello che siamo e certe volte sale un certo non che, che sa di sconfitta. Nel vedere gli occhi di un padre che chiede scusa “era un bravo ragazzo non avrei mai pensato…non è lui, non è mio figlio, non era così” sentiamo quel dolore, sentiamo dire le medesime cose ogni volta, e ci crediamo, ci crediamo che non sia solo una forma di difesa, ma che si tratti di una forma reale di stupore, perché i nostri figli fuori da queste quattro mura, e pure tra queste quattro mura illuminate di cell, di I phon di Smart, non li conosciamo affatto.
CHIEDIAMOCI COSA STIAMO FACENDO per andare incontro ad una generazione che sotto i nostri occhi muta, si evolve, cresce in modo esponenziale, conosce la violenza, perché questa circola ovunque, nei video, quelli che passano e che ci si passa, ma non ne conoscono il senso. Conoscono la morte, la vedono, la guardano, credono di esserne immuni, ma non sanno che, come diceva Roberto Saviano tra le sua pagine, ignorano che: “la morte fa schifo”, la morte puzza, non ha nessuna somiglianza con la forma da videogioco che passa attraverso gli schermi, e nessuno può credere di essere superiore ad un altro abbattendolo come in un maledetto videogioco. È questo che si diceva nelle prime ore in cui il corpo ennesimo dell’ennesima vittima di un momento buio si rinveniva, portando a galla attimi di orrore da film, che chi avesse commesso quel delitto, avesse agito come in un videogioco.
Non crediamo che le nuove generazioni pensino davvero, e che siano davvero così fragilmente labili da considerare di vivere in un videogame. Non sono così banalmente ovvi, c’è molto di più, c’è il vuoto che gli lasciamo, incolmato, c’è questo vano volergli dare tutto, c’è questo inutile dargli qualunque cosa, solo per l’illusione di renderli felici. Non è così che li abbiamo resi più appagati, togliendo limiti, togliendo regole, lasciandoli a briglie sciolte, e soprattutto in balia, e soprattutto, di sé stessi.
Un proverbio cinese dice che “il dono migliore che possiamo fare ai nostri figli è dargli due cose, radici e ali” e ci crediamo fermamente, come crediamo fermamente che occorra che le abbiamo noi per primi, perché anche loro volino via ritrovandosi e non disperdendosi nel mondo.
|