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Cultura - SocietàStefania Castella

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02 Agosto 2015
Bologna, 2 agosto 1980, un sabato d'estate, mai più nulla come prima
di Stefania Castella



Bologna, 2 agosto 1980, un sabato d'estate, mai più nulla come prima
l'orologio
della stazione

Ci sono cose che non si possono cancellare, si può cancellare una scritta su un muro scrostato, una frase sbagliata, spazzare via un sogno, fermare un domani, sì, si può fare, l’uomo se vuole, può fare anche questo. Una cosa però non riesce a fermare, memoria, ricordo, questo no, nessuno può cancellare un ricordo, e quello che ritorna in un solo momento. Una sirena, un botto improvviso, un odore di fumo a distanza di anni, si può ancora evocare e sentire un dolore vivo, fermato nel tempo.

 

Oggi, la più piccola delle vittime di un’infame strage avrebbe più o meno gli anni che ho io mentre scrivo. Solo che lei, non sarà mai più vecchia. Non avrà dei bambini, non potrà raccontare, diventare qualcosa di diverso da una foto e un ricordo, e per questo il ricordo non si può abbandonare. Piccolo, dolcissimo amore, nasino a patata boccuccia piccina, gli occhi un po’ lucidi, guarda di là. Aspetta quel treno insieme alla mamma. Il lavoro di mesi sospeso per poco, c’è il Lago di Garda e le amiche sedute che ridono, fumano, vacanze aspettate di inverno infinito. Ma oggi è bello, oggi è caldo, oggi si parte, si chiude con tutto. Sabato, il primo di agosto, e sì, è un po’ stancante prendere il treno, svegliarsi di buon ora scendere in fretta. La sala d’aspetto è gremita di attese. Chi sonnecchia un pochino, chi assapora il caffè. L’aria caldina un poco assopita nel primo mattino. Qualcuno è seduto di fuori all'aperto, i tavolini del bar, quelli del ristorante, riempiti di gente. Chi vuole abbracciarsi pensando all'addio, una stazione è sempre un po’ malinconica. Lasciare il moroso, le vacanze coi tuoi, “io vorrei restare a casa con te” qualcuno telefona un po’ di ritardo, il tempo di prendere un’altra boccata di fumo, controlla i biglietti, sistema la borsa, riprendi i cerini. La piccola scalpita, vuole un gelato. Ha caldo. Si siede. Si rialza, correrebbe volentieri, la mamma, bambina anche lei, appena vent'anni, e ce ne sono tanti di appena vent'anni, di oltre vent'anni, di neanche vent'anni.

 

“Aspetta, non correre, non vedi, c’è il treno, è una stazione, non si può andarsene in giro”. Trattiene il braccino scoperto di estate. I tre controllori parlottano ancora, qualcuno domanda gli orari e i binari. Macchinetta, caffè, “per me amaro” “ma un goccio soltanto, un altro, l’ho già preso prima”. Routine, abitudine, pensieri leggeri nell’aria pesante di caldo sempre più avanzante. SI avvicinano al treno, uno a testa, uno in coda, uno al centro aspettando un segnale un fischio, braccio in alto, come sempre, come sempre. Diciannove Venti, “dai prendi la borsa” ventuno ventidue “Mi chiami all'arrivo?” ventidue ventitré, “Aspetta, che parte” ventiquattro tira su il braccio l’uomo nel centro, Venticinque. Buio. Rumore. Delirio di fine. L’inferno che si apre improvviso, dovunque.

 

Un rumore assordante che fischiano gli orecchi, e poi smettono di sentire. Il tetto si solleva, ricade di botto si schianta su quello che trova, valigie cartoline, caffè, ricordi, pensieri, memorie di addii, lunghissimi abbracci. Il tempo di voltarsi e nulla più. Nuvole di fumo mescolate a pezzi di cemento e pezzi di cemento mescolate a pezzi di vita. “Sono sopravvissuta, ero sotto gli altri, sono sopravvissuta per quello”. “C’era un uomo accanto a me, un attimo dopo non c’era più”. Il silenzio che si rompe si riempie di sofferenza, e sirene e lamenti. Corpi bianchi di polvere invadente, che copre come avesse un poco di pietà per questi disperati, sparpagliati. Un lungo interminabile elenco di nomi che resta ancora oggi, fermo, immobile a guardare. Angela tre anni, Luca sei, Sonia sette, fino a Maria ottanta, Antonio ottantasei, una sfilza di pensieri, di sospiri, desideri, tutto tagliato via per sempre. Lei corpicino in mezzo a tanti, col vestito buono tutto ricoperto di polvere crudele in quello scempio. La sua mamma non riuscivano a trovarla, qualcuno pensò che forse non era lì. Ma c’era una valigia in quella sala calda d’estate, una valigia poggiata distrattamente, quando un frammento di Maria fu trovato sotto i binati di un treno, mesi dopo, allora si capì che era stata così vicina a quella valigia, che la sua vita in un secondo fu completamente cancellata. Come non fosse mai esistita. Mai più partenze, mai più vacanze, mai più sorrisi L’orologio resterà fermo sulle 10.25, da quel momento niente più fu come prima.

 

Mani scavavano tra il sudore e le lacrime in mezzo alla polvere, con l’incubo di sentire ancora quel rumore assordante. Un autobus cominciò a fare la spola, era il numero 37, coi vetri coperti da lenzuola bianche, diventò un carro funebre organizzato alla svelta. E furono prima sei, poi otto, poi trenta, poi ottantacinque morti, duecento feriti. Lo strazio di parenti che accorrevano a frotte che guardavano le bocche di un medico descrivere un viso, e ciò che restava, con la speranza che quel proprio caro fosse altrove. Qualche condanna, e mai nessuna risposta a lenire il dolore, a colmare i “Perché?”, perché l’ideale deve esistere alle spalle di un altro, perché la mia mano decidere per le mani di altri, per le vite di altri. Ottantacinque innocenti strappati alla vita, all'affetto dei cari, per il resto della vita. Senza più voce a raccontare chi sono, che ci volle del tempo, tantissimo tempo ad identificare ogni vita. E per chi restava non finiva quell'incubo, sentirsi sopravvissuti non è comunque lieve. “Non ho più preso un treno” “Ho pensato perché sono viva, e le mie colleghe morte? Ho impiegato anni a elaborare il mio senso di colpa”. Colpa di essere vivi, mentre le colpe di chi aveva fatto tutto quello, chissà se poi furono in modo lodevole espiate del tutto.

 

Da quel 2 agosto 1980 sono passati trentacinque anni, mai passati senza ricordo, mai passati senza invocare la vera verità su quel giorno. Mandanti, esecutori, affossatori. L’ “associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna” si batte dall’81 per ottenere la” Giustizia Dovuta”. E il ricordo ancora riemerge e porta storie e pezzi di vite disperse. Una piccola mano di bimba in un‘altra stazione, una sala d’attesa sospesa nel tempo, se solo si potesse tornare indietro, fermare quell'attimo mutare un orologio, e riportare daccapo ogni vita cancellata. Una partenza mancata, un viaggio sospeso, Angela amore, il ricordo è per tutti, ed il primo per te, che resti bambina ferma nel tempo. Un treno parte, una manina saluta, un bacio lieve. un abbraccio che lega, un ritorno compiuto...Qualcuno dirà è passato tanto tempo, qualcuno sentirà come fosse ancora lì, l’unica cosa che possiamo fare è ricordare, custodire la memoria per dare ancora una forma presente a tanti ricordi che non rimangano mai sbiaditi frammenti di ieri ma la testimonianza di quel “sonno della memoria che genera mostri”.

 

Custodire i ricordi perché tante vite non siano state ombre di passaggio, è il nostro più grande dovere morale.








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