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Cultura - SocietàStefania Castella

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31 Agosto 2015
Diana diciotto anni dopo... Principessa per sempre
di Stefania Castella



Diana diciotto anni dopo... Principessa per sempre
Lady Diana

Una favola bella, come le favole dovrebbero essere, e non sempre sono. Una favola con un principe che ti salva, ti sposa, ti salva, ti salva? ... Non c'è un  lieto fine per ogni favola,  ci sono percorsi, ci sono strade predestinate da seguire con fermezza con rettitudine, vorresti rinunciare e non sempre puoi. Diana Frances Spencer, un destino scritto, inimmaginabile, almeno da un punto, da molti punti in poi. Il 31 agosto di diciotto anni fa quando il suo cammino si compiva, tracciando linee di confine e di finale, il mondo per molto tempo non avrebbe voluto crederci.

 

Nessuno voleva crederci, che si potesse morire così, che una meraviglia donatasi al mondo, con la sua forza e perché no, con le sue debolezze, smettesse di vivere così. Che si potesse morire anche nella bellezza assonnata di fine estate, in un luogo di incanto come Parigi. Infilandosi in un imbuto nero senza più via d’uscita. Rivedremo mille volte il roteare tra i vetri dell’albergo, il bianco e nero e bianco e abbronzatura, bianco e felicità, Diana e Dodi, braccia, gambe, mani sul corrimano a spingersi verso il destino. Destino fermo, in attesa, al pilone numero tredici. Si può morire così, in una frazione di secondo che può sembrare un‘eternità, ed eternamente consegnarsi al mondo. Spietatamente il mondo affonderà i suoi flash, nel corpo disfatto di un’auto sconfitta come un animale abbattuto da un cacciatore. Si infileranno sguardi tra i sedili, tra i corpi, tra i lamenti tra le immagini di occhi che resteranno in chissà quali pensieri fissi.

 

A quell'estate calda, a quelle onde, a quei sorrisi schizzati di onde di mare alle possibilità da guadagnarsi contro il mondo. Quanto era costato arrivare fino a lì. Un percorso lungo come una vita, un attimo brevissimo, lei l’ideale da sempre. Bella, senza eccessi, semplice ma elegante, sorridente, ma ad occhi bassi, senza opposizioni, fastidi, sfide, quell'etichetta s’incollava a pennello, lei la maestrina poteva essere l’aspirante ideale, lo fu. Aspirante per tutta la vita. Aspirò ad avere una vita che le calzasse come dovevano calzarle gli abiti traboccanti di pizzo come quello del matrimonio, consegnato agli occhi del pianeta. Aspirò ad avere una vita che le permettesse anche di provare piccoli momenti di brevi boccate d’aria. Tra il giardino e la dimora reale, non era tutto luccicante come le favole nei libri, erano estenuanti battute di caccia, come estenuanti attese, di vederlo tornare, di vederlo cambiare, di sentirsi amata. Semplicemente.

 

Ma quel matrimonio, come disse più tardi quando non ebbe più timore a rivelarsi, era affollato da sempre, dal principio. Il cuore dell’uomo che avrebbe potuto amare, occupato, scrigno pieno di sentimenti, ma per un’altra. Presenza costante, in quel quadro distorto. Diana sperò che le cose potessero cambiare con i figli, con la maturità di una storia che navigava in perfetto parallelo equilibrio, perfetto in apparenza. Negli scatti al lago, nelle foto ufficiali. Medaglie con due facce, una destinata al mondo, una a riflettere l’espressione contrita nella smorfia del fallimento. Anoressiche bulimie, e figli che immagini possano essere salvazione. Loro lascia, a loro il sorriso più stretto, più bello, perché ovunque fosse, comunque andasse, Diana era prima di tutto dal momento in cui lo era divenuta, madre. E loro, i due amati figli, dimostrano costantemente di avere inciso dentro la purezza, la determinazione di quella donna. Una donna da perdonare per le fragili debolezze, comuni a tante donne, una donna che prendeva da un momento in avanti le redini della propria vita affrontando se stessa, i suoi fantasmi davanti al mondo intero.

 

SI donò al mondo, quando avrebbe potuto sottrarsi all'attenzione, mettendo la sua faccia attaccata alle cause che contavano per lei, non solo quelle ufficiali, ma anche quelle scomode: l’AIDS, la lebbra, la fame, la povertà, le mine anti-uomo, cose lontane dal mondo dorato di una principessa, ma non per lei, che il suo titolo lo aveva nell'anima, anche quando, dopo il divorzio, non fu più un’ufficiale Altezza Reale, la sua altezza morale aveva sorpassato di gran lunga i titoli. Ma Diana infilava le porte del Ritz per raggiungere l’appartamento di Dodi, per raggiungere lui, per raggiungere il suo destino.

 

Fine agosto, fine serata, un seguito di fotografi a sottolineare ogni passo. Poco dopo avere imboccato la galleria dopo la mezzanotte del 30 agosto, mille supposizioni dopo, mille ipotesi ancora, inchiostro a coprire tutto. Dodi e Diana si inoltravano insieme nell'ultima notte della loro vita. Ancora oggi diciotto anni dopo, il tempo è immobile per chi l’ha amata per tanto tempo. Sospesi e increduli, ad accettare la verità anche quelle parvenze di sogni, di favole, non sfuggono al destino che spesso gioca alla roulette, lasciando scivolare gli uomini tra le loro possibilità, riservandosi di fermare il gioco senza troppo avvisare.

 

La Principessa di tutti, resterà per sempre nell'immaginario collettivo, come l’icona, il simbolo, di una bellezza di animo donata agli altri, come donna unica nella dolcezza fragile, e nella ricerca di una forza semplice, nel sorriso, nell'abbraccio, nell'ultimo addio. Addio soffio di fiamma, bellissima: “E mi sembra che tu abbia vissuto la tua vita come una candela al vento che non si è mai spenta nel tramonto quando cominciava a piovere…” tra le parole di un amico poeta, che come tanti non ti ha mai dimenticata.








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