 | facce dei tanti piccoli migranti |
Mare, immensità, riflessi di cielo, dondolio accogliente. Bellezza, acqua, che avanza che sale, che scende, che compie nient’altro che il suo dovere, bagnare, coprire, essere. Mare di quest’estate fotografato, secondo piano e davanti le vite ingoiate degli altri. Se per un momento non ne facessimo una questione di prevaricazioni politiche, allora forse resterebbe solo quello che è, la pietà che non serve probabilmente, che non risolve sicuramente, ma che se mancante, sotterra facce come fossero granelli di sabbia a disperdersi tra altri granelli di sabbia.
Vedere tutto è come non vedere niente, non considerare niente, mare pietà, Signore pietà, invocazioni umane. Pietà mancata, nel posto sbagliato, nel cuore sbagliato, nell'uomo mancato. Tra un prima e dopo e un numero immondo di corpi galleggianti tra le nostre onde di casa, non c’è spazio per nulla, per le parole inutili, per i cadaveri da sotterrare. Non c’è spazio nelle celle, sotto terra, assurdità, il mare ha spazio, quanto spazio, quanto ancora? Quei figli non hanno ragioni politiche, quei figli si fidano di noi, di loro, di chi li passa di braccia in braccia, di chi promette, di chi li sposta per passare avanti. Quei figli assomigliano ai nostri figli, e sono la parte più bassa del posto più basso in cui il nostro cuore possa sprofondare.
Speranze, vane, inutili, che non tutti dal mare vengono per nuocere, non tutti. Qualcuno cerca nell'illusione qualcosa se non migliore, di almeno diverso. Chiediamo “dove andate”? Non chiediamo “da cosa, da dove fuggite”? Non conosciamo la storia, tranne quella che mandano i TG, ignoriamo quella sotterrata fatta di interessi che non saranno mai chiari, che non capiremmo mai. Non ci chiediamo le ragioni politiche che non troveranno soluzioni per fermare questa apocalisse. Tra chi suggerisce di affondare, di bloccare, di costruire mura alte, invalicabili, fili spinati, senza pensare che l’uomo disperato supererebbe qualunque cosa con un figlio in braccio, scalerebbe qualunque montagna, rinuncerebbe all'aria per sé, tenendo su la testa tra le onde.
In questi inferni in cui la vita si gioca a chi ha un dollaro in più per comprare boccate d’ossigeno, la vita non vale un respiro, non vale niente o si tenta, o si muore, perché probabilmente ciò da cui si scappa, sa essere peggio. Sembra impossibile, eppure peggio di così deve essere. Se la vita di ogni giorno rassomiglia alla sopravvivenza, allora si tenta di sopravvivere a qualunque costo. E non tutti ce la fanno. I corpi arrivano disfatti di speranze, di ricordi, di memorie, tra la riva e la nostra vita. Uno, due, centinaia, senza nomi, senza identità, se non quella che il loro Dio aveva dato loro, che solo loro potevano conoscere.
L’enorme esodo dei migranti è una sconfitta per tutta l’umanità, una sconfitta morale, una sconfitta totale. Ci riempiremo pagine di quotidiani che poi useremo per pulire vetri, opachi come la coscienza riempita di ombra, quando sappiamo che la paura annebbia, che così non è giusto, ma non ci sono vie d’uscita. Eppure a sentire un piccolo che piange di solito ci si ferma, si chiede “cosa c’è”? oggi che il cuore è abituato a tutto, quei corpi non scalfiscono la coscienza chiusa, zincata. Manine aggrappate, gambette ciondolanti, un’anima dispersa con ancora il pannolino e qualcuno ancora osa girare la faccia dall’altra parte. Queste piccole pedine sono pezzetti di vita che non inizierà mai, vite giocate da altre mani, e a cosa può servire l’ennesima polemica che non riporterà nessuna vita indietro. Dove sono gli abbracci? Dove sono le possibilità che queste piccole vite meritano?
Quale distanza e quale casualità è, trovarsi a vivere in un luogo o in un altro? Ogni vita dovrebbe avere valore e dignità, che nessun uomo vorrebbe scappare via sapendo di non arrivare mai se non fosse veramente costretto, se non fosse che in alcuni paesi, guerra, dittatura, tortura non fossero normali compagne quotidiane. La vita sconosciuta di queste ombre che viene fuori soltanto se macchiata dalla cronaca, nella banalità sopravvissuta alle onde, non fa notizia, diventa fiume di facce senza volto. Fiume di forme senza identità. Così uguali nella paura, nella fatica, eppure così diversi, qualcuno abbassa lo sguardo, qualcuno cerca qualcun altro, abbraccia un’altra ombra lenta affianco, i sopravvissuti all'orrore della vita vissuta prima di mettere piede sulla terra ferma, di un luogo nuovo, hanno visto tutto, hanno toccato da vicino e sentito la puzza della morte, la sconfitta della vita.
Guardate quegli adolescenti con gli occhi sperduti tra la folla, senza scarpe, senza firme, adolescenti come altri, come dovrebbero essere, e non sono, per la distanza, per la colpa di altri luoghi. Se è una colpa un altro luogo, dove invecchi appena nasci. Il quattordici settembre l’Italia che ha accolto solo in questo ultimo anno più di centomila persone, chiederà di alzare la quota di distribuzione in Europa, con insieme l’obbligo di accoglienza da parte di ogni paese. Distribuendo e dividendo ogni sforzo, forse non si compiranno miracoli né si ripuliranno coscienze, ma si affronterà perlomeno insieme questa enormità di dolore che si affaccia sulle nostre coste, perpetuamente. Se questo è un uomo raccontava Levi, sopravvissuto ad altri orrori, in altri luoghi, in altro tempo, ieri. Se questo è un uomo, se questa è una donna, questo un bambino, questa la vita, allora la vita dovrebbe essere diritto ad una possibilità, per ogni uomo, ogni donna, ogni bambino… non a scapito degli altri certo, non a scapito di un altro uomo, un’altra donna, un altro bambino… solo forme di umana giustizia non disperse tra le onde a sciogliersi come gocce tra altre gocce.
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