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Cultura - SocietàStefania Castella

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15 Settembre 2015
Oriana Fallaci, il suo sguardo dritto, nove anni dopo, racconta ancora...
di Stefania Castella



Oriana Fallaci, il suo sguardo dritto, nove anni dopo, racconta ancora...
lo sguardo di
Oriana
sul mondo...

Quando lo sguardo del mondo si fermava incredulo davanti al crollo materiale di pietre e consapevolezze, quella caduta degli Dei sconvolgeva, scuotendole, le coscienze di tutti. Prima di raccogliersi orgoglioso intorno ad una bandiera, ogni americano sentì la morte vicina come mai prima di quel momento. Due occhi non erano lì a caso, oltre le vetrate, il destino, le scelte, uno sguardo su quel lutto universale, uno sguardo unico mai più incrociato in nessun altro sguardo. L’occhiata stretta, sottile, lunga, chiarissima di Oriana avrebbe avuto la conferma di ogni pensiero mai represso fino a quel fumo, fino a quella polvere, fino a quell'immensità di fine che le si parava davanti.

 

Lontana da tempo da casa, la Fallaci viveva nel suo luogo riparo, milioni di abitanti, eppure solitudine, milioni di colori, di etnie, e mai in nessun altro luogo un’identità così potente e definita in ognuno, una fierezza e un senso di libertà, che altrove oramai non corrispondeva più. Qualcuno dopo ne intercettò l’odio, ma era rabbia che prendeva forma, rabbia nata da tanto prima, dai primi sguardi a certe condizioni, dove anche lo sguardo non poteva esistere.

 

Quando Oriana inviata di guerra, come un uomo, più di uomo, metteva se stessa in prima linea, i primi sguardi dolorosi furono per quelle donne. Donne senza forma sotto i loro sarcofagi senza luce, senza mani o piedi quasi sembravano non toccare terra. Lentissime come “una larva che si trascina in un buco senza sapere cosa l’aspetta fuori dal buco” donne che andavano incontro ai loro matrimoni combinati, ai loro destini segnati. Donne che facevano salire la bile, donne a cui avrebbe voluto dar voce. Forme di rabbia a prendere sempre più forma. Una rabbia che andava in crescendo nel tempo. Nel tempo Oriana lontana, che tornava improvvisa in quella terra amata e odiata in parte, forse mai del tutto veramente, con l’oceano in mezzo a certe non riconoscenze, e nessuna scelta casuale.

 

Rinchiusa senza essere mai veramente chiusa, lavorava negli ultimi anni a quello che chiamava “il mio bambino” un impegno monumentale che significò ricerche estreme, estreme stanchezze in un corpo minato dal male, dall’ “alieno,” quel nemico considerato quasi fisico e purtroppo vincitore finale su di lei, vittoriosa, sempre. La più grande tra i reporter, la più letta, la più amata la più criticata, odiata, considerata da molti, nient’altro che un concentrato di ego, tutta arrotolata su se stessa, mai nessuno avrebbe potuto dire di lei che non avesse messo cuore e coraggio in tutti i suoi viaggi, quelli scritti e quelli percorsi tra la polvere e il racconto.

 

Oriana raccontava quello che vedeva e se pure le idee fossero state contaminate negli ultimi anni strette ancor di più nella morsa della rabbia, non avrebbero perso mai la lungimirante lucidità. Che si voglia ammetterlo o meno. In quel mattino simile ad altri mattini, gente accalcata per le strade immense e strette e sovrastate da enormità di vetrate a sfiorare le nuvole. Un mattino come altri e il pensiero del suo “bimbo” da controllare, tirare fuori dal cassetto, dedicare tempo ed energie. I suoi avi, quelli che incrocio dopo incrocio avrebbero creato i presupposti e le cellule apposite a dare vita su vita e poi lei, occupavano le giornate, ma la consapevolezza chiarissima era che non sarebbero bastati i giorni, il tempo, e che forse, quell'opera “Un cappello piene di ciliegie” non avrebbe atteso la sua vittoria, ma forse sarebbe stato dato al mondo, orfano della sua mano di madre.

 

Quel mattino, il cassetto si dovette richiudere, quel mattino cambiava le geometrie del mondo, scatenò l’animo che non poté ignorare, nonostante la fatica, il dolore fisico. Oriana scrisse pagine e pagine senza lacrime di sale umano, ma con lo stesso dolore le parole furono lacrime e sangue, e fitte e lame incandescenti contro le finzioni, contro le accoglienze convenienti, contro un mondo che voleva inglobare un mondo. Oriana sputò anima dolorosa su fogli che sarebbero dovuti diventare un articolo, quando fremendo il direttore del Corriere la raggiunse per convincerla a raccontare ciò che aveva visto in quelle ore, lei rispose dando al mondo parole di fuoco in un lavoro che pur tagliato, asciugato, fu un lavoro grosso, massiccio, immenso.

 

Diventò “La Rabbia e l’Orgoglio” riportando Oriana al mondo dopo la tregua, dopo il silenzio operoso degli ultimi anni, riportò la foga, l’animo inquieto, tirò fuori a strattoni tutte le finte facce accondiscendenti, scatenò dividendolo, il mondo intorno, tra chi la venerò ancora di più per il coraggio, chi la detestò ancor di più per l’incitamento all'odio, che non era che quella rabbia profonda, covata, esplosa. Rabbia che inevitabile non poteva non sorgere contro le ingiustizie, rabbia sui poveri tasti sotto le dita colme di potenza a raccontare al mondo ciò che il mondo doveva accettare, e lei no.

 

Quando anni prima togliendo il velo “Quel cencio da medioevo” aveva dimostrato che niente l’avrebbe messa in ginocchio, nessun tiranno, nessun dittatore, la misura di quello che il mondo chiamava odio, divenne la misura della distanza tra il bene e il male, difficile da calcolare. Ma la giustizia, quella giusta, forse sappiamo, era chiara, mai piegata in lei

 

È uscito in questi giorni “Le Radici dell’Odio” per Rizzoli, raccolta di scritti dagli anni ’60 fino alla morte, raccolta di interviste e pezzi inediti, oltrepassando quella che si definisce la trilogia dell’odio proprio nata dal 2002 dopo “La rabbia e l’orgoglio”. La giornalista Lucia Annunziata scrive in prefazione: “Oriana ha affrontato la guerra tra il mondo occidentale e il mondo islamico senza mezzi termini, senza concessioni, con ferrea semplicità”, senza resa, senza genuflessioni, piegata infine solo a se stessa, da ciò che in se stessa nasceva, cresceva, ingoiandola portandola via senza però vincere, perché Oriana a nove anni esatti dalla morte ci parla ancora, il che vuol dire che neanche la morte poteva fermarla “apro la mia boccaccia e dico quello che mi pare” diceva, e ancora oggi, ancora ce lo ricorda, per fortuna.








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