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23 Settembre 2015
Giancarlo Siani, le verità scomode di un giovane eroe precario
di Stefania Castella



Giancarlo Siani, le verità scomode di un giovane eroe precario
Siani a bordo
della sua Mehari

Una specie di abusivo, uno che oggi si chiamerebbe precario, uno come tanti o forse no. Giancarlo Siani era un giovane cronista, per l’esattezza corrispondente, dal bel quartiere vomerese di casa, si spostava ogni giorno per raggiungere la sede de “Il Mattino” come corrispondente da Torre Annunziata nella sede distaccata di Castellammare di Stabia. Lì scriveva i suoi articoli, consumava occhi, tasti e suole delle scarpe, come un bravo giornalista fa. Lo dicono i cronisti, quelli bravi. Lì probabilmente si sentiva vicino alla realizzazione di quella forma di sogno che chi scrive, cova dentro, riuscire a dare un senso alle parole, riuscire a dare un senso alla fatica, un passo dall'essere precari per tutta la vita o rinunciare, proprio ad un passo, c’era la speranza di strappare un contratto, poter fare quell'esame, potersi sentire meno abusivo, potersi sentire…

 

Nessuna retorica, non serve la retorica per raccontare l’onestà di chi ha creduto in quello che seguiva, passava dallo sguardo alla tastiera, per poi dare alla gente ciò che aveva fissato, studiato. Legato al suo spirito che “le persone per scegliere devono sapere i fatti e un giornalista “giornalista” dovrebbe fare questo, informare”. Verificare, scavare, non fermarsi, Giancarlo e la macchia verde che attraversava la città, quella Mehari che ancora in questi giorni percorre quelle strade regalando emozione a chi la guida al posto che lui avrebbe potuto occupare ancora oggi, quella Mehari percorre il traffico cittadino, ricordando in questi giorni, i giorni del dolore e del ricordo, del sacrificio, della fatica costata una vita. Quel verde brillante, non passa inosservato, arriva fin sotto casa dei Gionta, la famiglia del boss di cui tanto Giancarlo aveva raccontato, e urla con la voce di un cronista che non ha più voce, che le parole, le idee non si possono cancellare come i corpi di chi le ha pronunciate.

 

Quella Mehari che l’ha cullato accogliendo la sua testa poggiata al volante, che l’ha protetto a modo suo, tenendolo stretto a sé a due passi da casa di ritorno dall'infruttuosa ricerca per qualche cosa di più leggero, i biglietti per il concerto di Vasco, Giancarlo quella sera tornava a casa, che non gli era riuscito di trovarli. Una sera come tante, una sera da scrivere battere e levare, pensare, sorridere, respirare.

 

Ultima sera. Giancarlo andava più in là, scavava più a fondo, quell'ultima estate dell’85 aveva compiuto 26 anni, quattro giorni dopo sarebbero rimasti fermi per sempre. Ultima estate, ultimo compleanno, ultimo articolo data 22 settembre 1985 a rileggere vengono i brividi, a pensare come le cose ci sopravvivano, come i pensieri restino immutati nel tempo. Giancarlo macinava chilometri, per essere al posto giusto al momento giusto e chissà per quale progetto del destino, la sua indole e il territorio in cui si muoveva, fecero tutt'uno, legandolo ad un momento di storia di cronaca doloroso e ancora con contorsioni e connivenze che di lì a poco si sarebbero, anche grazie a lui, dipanate.

 

Viso limpido, aperto, occhiali a filtrare il mondo, Giancarlo sorride in tutte le immagini che restano. Chi lo ha conosciuto racconta della disponibilità, della curiosità, dell’attesa forte, sapeva c’era nell’aria l’idea di essere finalmente assunto al giornale, sogno di tutta la vita, Giancarlo sognava questo, correva per questo.

 

Aveva un virus probabilmente, di quelli che vagano nell’aria e ti becchi improvvisamente, e quando mostri i primi sintomi sei già ammalato, ma non lo attacchi a tutti, tanti restano immuni e ti guardano e continuano a pensare “ma chi te lo fare?” invece il tuo virus si impone, ti spinge ti tira dal letto per farti andare. Leggere, studiare, non restare come accade forse spesso oggi, col sedere attaccato alla sedia, e con le dita al copia e incolla, andare, chiedere, interrogare.

 

Giancarlo aveva la curiosità e la sete di giustizia e lealtà installate come un programma, dentro, nell'anima, doveva, voleva sapere, e scoprì le infiltrazioni, il marciume. Correva l’anno ‘85, si distribuivano a larghe braccia i soldi del post terremoto dell’80, denari che piovevano e all'arrivo erano già spartiti. Le famiglie governatrici, si allargavano e stringevano come macchie di olio in mare, a vista mescolati con la politica, due passi più giù a pelo d’acqua, facce che tanti conoscono e nessuno riconoscerebbe mai.

 

Giancarlo fotografa, insegue, intercetta, domanda. I suoi articoli cominciano a fare rumore, i perni reggenti cominciano a sentire la puzza dell’indagine del ficcanaso, Giancarlo diventa un insetto fastidioso, ed è un crescendo, fino alla decisione di schiacciarlo, per metterne a tacere il rumore. Illusione, Giancarlo avrebbe fatto rumore ancora di più dopo. I suoi “muschilli”, giovane manovalanza che cominciava ancora prima di essere adolescente a muoversi tra i vicoli e le strade dello spaccio, ma soprattutto i nomi, le distribuzioni di ruoli e territori e soldi di chi contava, tutto questo è il puzzle che Siani comincia a costruire pezzo su pezzo delimitando uno scenario impietoso di luoghi perduti dove lo stato non arriva, come il sole in certi vicoli, dove quello che regge è a suo modo la forma di uno stato con le sue leggi, le sue regole, i suoi crudeli regolamenti di conti.

 

Lo sgarro ha una data, esatta, 10 giugno 1985. Giancarlo non sussurra la soffiata che gli arriva, la urla. Parla dei Nuvoletta, di una questione di onore e tradimenti, una questione sottolineata da nomi e cognomi come sempre, ma c’è qualcosa di più, c’è il racconto, l’insinuazione, di uno sgarro, l’insinuazione del voltafaccia e questo per un boss, per uno che conta, non può passare inosservato. In tre mesi viene organizzata la morte del cronista che “nun se faceva e fatt suoie” e quel nero di cronaca si sarebbe composto con la notizia che nessuno in quella redazione avrebbe mai voluto dare.

 

Quando la chiamata al 113 dell’ultima ora chiedeva se ci fossero novità, serviva una notizia per riempire uno spazio piccolo, uno scippo, un litigio, una cosa semplice, dall’altra parte invece una voce rispose: “Dottò conoscete Siani? È stato ammazzato nella sua auto a piazza Leonardo al Vomero”. Cronaca che attraversa il tempo, per qualcuno un tempo mai passato, come lo spazio di tempo impiegato a realizzare che non c’era un errore, era proprio lui, era quella piazza 21 e 40 del 23 settembre ’85.

 

Giancarlo era un cronista, un figlio, fratello, collega, un esempio per tanti venuti dopo, che magari quando lui andava via, non erano ancora nati, che lo conoscono oggi leggendo il suo nome su una targa attaccata al muro, tra gli archivi storici dei quotidiani, ovunque si racconti la lotta alla criminalità, la forza della parola, il valore dell’integrità morale che non si disperde nel rivo di sangue, anzi resta, macchia indelebile. La forza del coraggio espresso nella ricerca della verità, percorre il tempo, trent'anni dopo, il messaggio viaggia ancora a bordo di quell'auto da quando ricominciava a camminare.

 

Oggi ancora, Giancarlo è un esempio, oggi che chi ha deciso, chi ha eseguito, ha avuto la sua condanna, gli assetti sono certo mutati, ma certe realtà fanno ancora fatica, e tanti proseguono con la stessa fatica a raccontare, percorrendo quelle stesse strade con la memoria a quel volto, a quel sorriso, mentre Vasco canta una vecchia canzone…

 

Giancarlo era un ragazzo, solo un ragazzo assetato di verità. Verità immerse nella vita precaria che assomiglia a tante altre vite precarie… “Scegliete sempre da che parte stare” dice Roberto Saviano oggi, una voce che, come tante, raccoglie quell'importante testimone lasciato da un giovane cronista coraggioso. Certe volte i confini sono difficili da distinguere e le realtà annebbiate e confuse. Legalità, l’onesta ricerca della verità, un faro che rende giustizia al ricordo e alla coscienza di chi resiste e di chi avrebbe tanto voluto avere la possibilità di resistere.








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