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Cultura - SocietàStefania Castella

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24 Novembre 2015
Belli di papà, cocchi di mammà...
di Stefania Castella



Belli di papà, cocchi di mammà...
Belli di papà
una scena del film

D’accordo c’è la crisi ma non si tratta solo di una questione economica, c’è crisi un po’ per tutti, un po’ per tutto. Crisi d’identità, crisi di dignità nella disperata angoscia del chiedere aiuto al genitore per il sostegno economico, di più per quello morale. Dati ufficiali, se ce ne fosse bisogno, raccontano di quasi tre milioni di italiani dai 15 ai 20 anni bisognosi di aiuto, e se non lo fossero, così bisognosi, l’aiuto nella maggior parte dei casi, lo riceverebbero comunque. La parola “Bamboccione” tanto in voga per tanto tempo, ha fatto il suo tempo, guadagnandosi la sua buona fetta di polemica, ma il nuovo che avanza, non avanza per niente. Attenti a non sporcarsi troppo le mani, tanti, non tutti certo, questo lo sottolineiamo, al caldo riparo della coccola familiare, finiscono per non avere gli strumenti necessari per respingere le difficoltà con la forza di spirito, oltre che con i mezzi materiali. Nessuno sforzo, equivale al non cercare neanche di fare il minimo sforzo e crogiolandosi nella depressa nebbia del “c’è crisi” a tirar su le maniche non si dà neanche principio. Colpa di chi? Molto probabilmente della generazione precedente, noi i genitori, i mammo-babbo-ccioni che badano bene a tamponare qualunque storpiatura il mondo esterno voglia gettare sulla prole. Lo facciamo a tutti i livelli, lo facciamo con i piccoli, accompagnando ogni piccolo passo con la rete protettiva del preferire fare, anziché aiutare e insegnare a fare.

 

Lo sappiamo ma non riusciamo a superare l’impasse. Crescono, passano l’adolescenza e le rabbiose fasi, nella maggior parte dei casi, in posizioni intoccabili, c’è da giurarlo, da quello che si vede in giro che il modello classico base è: “se mi costringi a fare questa cosa, non sai come potrei reagire…” e per la paura di reazioni sconsiderate ci sconsideriamo noi per primi, abbassando la necessaria lucidità mentale, limando il confine diritti-doveri che deve equilibrarsi per forza di cose. Milioni di giovani non studiano per decisione propria, o perché hanno terminato il corso di studi, non lavorano causa crisi, e molto spesso non cercano, arresi già prima di cominciare. Nulla gli abbiamo insegnato evidentemente in crisi piena come loro, e per il terrore del fallimento, cerchiamo il riparo che li tenga protetti: impossibile. Li teniamo accanto nel tempo anno dopo anno, quando è già andata da un pezzo la maturità, con cura e calore estremo, preferendo non li tanga nessuna ingerenza, e nessuna incombenza, sulla punta delle dita si contano i capaci di: cucinare, rassettare, fare la spesa, insomma di collaborare, e anche qui ci sarebbe da cospargersi il capo di cenere, perché il più delle volte questo scaturisce da un altro morboso-malato comportamento tipicamente femminile dell’autoconvincersi di essere le uniche capaci di rifare un letto, pulire la lettiera del gatto, utilizzare un ferro da stiro. Non c’è lavoro fuori, non c’è lavoro dentro, non esiste compartecipazione, doverosa per chi compone un nucleo familiare che non si regge sul peso di un unico esemplare multi dotato.

 

Dovere e diritto di insegnare e imparare, di lasciare il margine di errore alla piega del lenzuolo, come al ripiego di asciugamani imperfette, piccole chicche utili per quando la vita sarà da un’altra parte, con una eventuale altra donna (altro uomo) e meno comoda probabilmente, ma composta da umani capaci di badare a sé stessi. L’illogico in questa logica, è che in famiglia si preferisce fare salti mortali per tenere il più stretti possibile, figli ormai adulti incapaci di autogestione. E se volete riderne dell’argomento, il film che cade ad hoc è di quest’anno per la regia di Guido Chiesa “Belli di papà” dove ad impersonare il papà, c’è un Diego Abatantuono stanco di tre figli da mantenere (Francesco Facchinetti, Andrea Pisani, Matilde Gioli) che si crogiolano negli agi imprenditoriali di famiglia, non sanno cosa siano le responsabilità, e il senso stesso della vita, fino a che non sono messi alle strette dal fallimento (inventato dal padre per, letteralmente costringerli a fuggire e cercare una sistemazione) dell’azienda e il dover fare per la prima volta cosa mai fatta prima: Lavorare.

 

Certo un eccesso cinematografico, ma non troppo in realtà, perché dietro il buon numero di giovani che si rimbocca le maniche, c’è una bella fetta che si delizia beatamente nell'attesa di una manna dal cielo, godendosi nel frattempo il patrimonio familiare. Ce ne sono parecchi in giro, per le strade, annoiati al tavolino, intenti all’ apericena, aperipranzo, aperi-altro, in Tv in reality svela vite del tipo: “mi sono sempre mantenuta da sola” e il da sola è da approfondire a larghe maniche, perché di solito dietro una giovane vita da trono-reality c’è qualche ambizione simil-lavorativa da valutare alla lunga (e con molta lungimiranza) e l’ombra di un genitore appoggio a fare da sostenitore. Insomma senza indugiare nei giudizi, un po’ di spinte all'indipendenza considerando che l’Italia è la maglia nera in questo senso, non sarebbero male. Fuori dal nostro bel paese i giovani viaggiano, conoscono/studiano le lingue, hanno un senso di indipendenza che li rende autonomi nonostante le crisi, quelle vanno, vengono e probabilmente non smetteranno mai di esistere, in fondo l’indipendenza, è una questione mentale prima che logistica, questo è poco ma sicuro…








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