 | chi ti ama non ti picchia |
C’è un messaggio da tenere presente sempre, un messaggio che deve comparire costante, continuo, che deve dire e urlare che “tu hai un valore” e non puoi e non devi permettere a nessuno di dimenticarlo. La giornata internazionale contro la violenza sulle donne il 25 novembre, ricorda le tante, troppe vittime che cadono su campi di battaglia quotidiani che odorano di familiarità, circondate dalle cose che conoscono, comprate insieme, cornici matrimoniali e sorrisi di vecchi tempi in bianco e nero, ricordi in cui tutte hanno creduto. Cose messe su una dopo l’altra, insieme ai progetti, insieme ai desideri. Prima di diventare come loro, un oggetto con la stessa forma, lo stesso valore di un ricordo di cui qualcuno vuole disfarsi, te.
Vittima di un sentimento mancato, che ha perso il valore di sé stessa... Tra quattro mura che nessuno fuori può sapere, una volta chiuse, quanto dolore conservino. Questo ti stranisce, questo ti stordisce, come può esserci violenza dove doveva esserci amore, tra quelle pareti che dovrebbero essere il tuo guscio, la tua protezione, sotto le mani di chi hai accostato, abbracciato, sorriso, amato. “Mi fidavo” “credevo mi amasse” costrizione, possessione, forma di amore malato che raccontiamo ogni volta, con nomi e protagonisti diversi, ma con finalità troppo simili. Il primo schiaffo, non è come il bacio, quello non lo scordi mai, invece no, il primo schiaffo lo dimentichi, troppo in fretta, il più delle volte pensi, è capitato e non ricapiterà. Era il troppo stress, il nervosismo. Una buona parte la prima delle altre stramaledette volte, il primo schiaffo fa male dentro quel tanto che basta affinché ti rannicchi tra te e te, pensando a quanto te lo sei lo meritato, dove e come hai sbagliato, perché dentro di te si insinua triste devastante, il convincimento che sicuramente lo hai provocato.
Tante voci, tante storie raccontano amore mancato, amore malato, che forma d’amore è questo genere di amore? Qualcuno lo chiama ancora amore, a noi il dubbio viene… C’è la giovane Filomena in sedia a rotelle raggiunta da sei proiettili, uno dei quali conficcato dai polmoni alla schiena, ferma immobile per sempre, per amore, malato, finito. Un uomo normale una vita normale, un fidanzamento decennale, finito l’amore, per lui doveva finire anche la vita, quella di lei naturalmente, perché il pensiero di quest’uomo, e di tanti uomini violenti è “se non con me, con nessuno”. E la cosa più triste della vicenda specifica, è sentire che la madre dell’aguzzino abbia avuto modo di muovere un appunto essendo stata vittima di un marito violento anche lei… “io ho sopportato”.
Tante sopportano e nella sopportazione da donne, giustificano i propri figli, perché l’uomo violento è un marito ma è stato un figlio, e da madre, nessuna madre dovrebbe giustificare un figlio violento, o condannare una donna stanca di subire. Una donna prima di essere vittima di una violenza fisica, spesso vittima sacrificale di tutta l’insicurezza, di tutto il vuoto che si nasconde dietro lo strato da uomo normale. Prima della mano alzata, il vuoto intorno, l’annullamento dell’altro che tanti uomini rivoltano contro quelle che dovrebbero essere compagne di vita, che diventano oggetti inermi convinti di non essere capaci da sole, di non essere abbastanza, per cercare di farsi valere, con la paura di ribellarsi. La paura di denunciare è talmente forte e la vergogna così attanagliante che spesso è più facile fingere una normalità che non esiste, che cercare aiuto.
Contro il femminicidio c’è una legge datata ottobre 2013, una legge giovane, recente, che limita, che delimita, le distanze tra vittima e carnefice eppure non basta, ancora non basta. Non esiste la vera certezza della pena, non esiste la giusta vera equità. La parola delle vittime è spesso quella meno considerata, e spesso la violenza non viene riconosciuta se non quando sfocia in un fatto di tragica cronaca. Ci vuole prima della legge, un cambiamento di tipo culturale in cui riconoscere che la paura è la prima forma di violenza da abbattere, generare forme di timore, generare forme di imparità, prevalere prepotentemente sul partner considerarlo cosa propria, anche questa è una brutale forma di violenza che sfocerà, una su tre, nella forma più estrema dove i segni saranno tracce dell’ineluttabilità. Anche quelli si cancellano, donne che con un colpo di correttore estinguono, perdonano, assolvono tenendo per sé i lividi che dal cuore non leveranno mai, che preferiscono evitare di guardare loro, per prime. Dire a queste donne che denunciare la violenza è un modo per tutelarsi, salvarsi la vita, salvarla ai propri figli, salvare anche un partner che ha bisogno di essere aiutato, e un dovere. Il silenzio è una trappola che stringerà come un cappio sempre più stretto, cercare aiuto è assolutamente, sempre necessario.
Non la pensa così purtroppo una percentuale altissima di giovani che considera il litigio violento, una forma di concausa amorosa. Considera la gelosia, la possessività, dimostrazione di amore. Secondo una ricerca di Skuola.net su un campione di 4.600 giovani teenager il 42% di giovanissimi darebbe al fidanzato che alza le mani (si presuppone la fatidica prima volta) una seconda possibilità. C’è una media abbastanza alta di “possessivi” che considerano normale controllare il partner compreso di messaggi e messaggini, pc, cellulari, amici, amiche, con l’ultima parola sull'abbigliamento da adottare, luoghi da frequentare, limiti da impostare. Insomma per i giovanissimi l’amore e il partner sono cose da considerare proprietà, da tutelare, proteggere ma anche da plasmare secondo il proprio modello e la propria volontà e le giovanissime così apparentemente determinate e moderne, in una grande percentuale accettano, non danno peso alle “sfuriate,” non danno peso all'atteggiamento persecutorio di un partner lasciato. Tutti campanelli allarmanti che ci portano a pensare che c’è tanta confusione, che il caso estremo che leggiamo nella cronaca non è che l’apice di una situazione spesso scivolata man mano, protrattasi nel tempo, iniziata con una relazione spesso troppo giovane perpetrata e mutata nell'ossessione senza quasi che la vittima se ne rendesse conto.
I giovani devono essere lo strumento primo per divulgare la giusta misura, il giusto peso dell’amore, il rispetto che deve andare di pari passo con i sentimenti perché nessuno può pensare di possedere nessuno. Nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, i numeri altissimi di vittime raccontano ancora che una donna su tre è, o è stata, oggetto di attenzioni violente, di soprusi, in buona parte elargiti dal partner o da un vicinissimo familiare. Aiutiamo i nostri giovani, partiamo da lì, dalle scuole, dal dialogo costruttivo, perché siano adulti consapevoli e rispettosi di forme d’amore che rassomigliano veramente all'amore. Chi ti ama, non ti picchia. Ricordarlo, sempre.
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