 | | Il ricordo dei Giusti |
Un diario lì, tra altri, copertine gialle, rosse, di forme diverse, di colori diversi, di diversi racconti e storie. Libri toccati, sfogliati tenuti stretti e poi strappati, sporcati abbandonati condannati, al fuoco o all'abbandono. Ci sono scarpe, le loro scarpe prima degli zoccoli di legno. Ci sono fotografie di un tempo felice, normale. Fotografie diverse da quelle a cui ci siamo abituati, vi siete abituati. Quelle di forme senza più forma, scheletriche identità senza più nessuna identità. A quelle immagini in bianco e nero certi sguardi si sono assuefatti. Ad altre faticano di più. A vedere visi paffuti, di chi sorride, di chi abbassa la testa timido.
Bambini. Milioni bambini mai diventati grandi, bambini esistiti per un lasso di tempo brevissimo, bambini che hanno varcato cancelli di ferro battuto enormi, cigolanti, cancelli mai più riapertisi per loro. Quando quelle porte si sono schiuse tra le macerie di quell'orrore rimanevano sei milioni di ebrei a raccontare al mondo l’abisso della Shoah. La distruzione a tappeto del popolo ebraico, l’estinzione di chi, considerato diverso, non conforme per le regole marce generate dalla mente umana senza più senso, perdeva il diritto di esistere.
Quegli anni, i più bui della storia si ricordano in un giorno, il 27 gennaio giornata della memoria, ma certi orrori si perpetrano giorno dopo giorno ancora oggi in un olocausto mai finito. Tanto che qualcuno chiede perché solo quel giorno. Per vari motivi, ricordare quelle vittime non significa dimenticare tutto il resto delle vittime, ricordare quelle vittime, significa avere la memoria di un evento che è stato lo spartiacque che divide l’umanità in un prima e un dopo. L’evento senza precedenti del tentativo di fare tabula rasa di tutto quello che è fondamento della civiltà. Ricordare oggi, dopo gli attentati, dopo i conflitti dopo i dolori continui cui si assiste ogni giorno, vuol dire insegnare ai nostri figli l’importanza fondamentale dello sviluppo di un sentire sensibile alle minoranze, alle diversità al di là di ogni conflitto, al di là di ogni ragionevole, irragionevole motivo.
Oggi in Siria nevica, il gelo copre tutto anche la possibilità di pensare, di pensare di sopravvivere un solo giorno in più e chi non fugge muore. Chi fugge spera di arrivare, di mettersi in salvo. Altrove non è sempre approdo. Molti non arrivano in nessun luogo, nessuna salvezza. Contiamo le vittime ingoiate dal mare quotidianamente. Contiamo i corpi di chi resta sotterrato dalla polvere delle macerie di bombe intelligenti che di intelligente non hanno nulla.
La Siria, lo Yemen, l’Afghanistan. Dolore, sangue senza lo spiraglio di un minimo segno di vita. I visi sperduti, ossuti, la pelle tirata, le ossa da contare, quelle facce disperse di quell'olocausto, rassomigliano troppo, a quelle facce che oggi scorrono davanti ai nostri occhi impotenti. Lì dove un chilo di riso costa anche duecento euro, lì dove si mangiano foglie secche se è una buona giornata e si riesce ad uscire per raccattare qualcosa di commestibile per tamponare le urla della fame. Quanto questa fame rassomigli a quella fame fotografata in quegli anni bui, oltre quei cancelli chiusi sull'indifferenza del mondo. Quanto si somiglia la fame, quanto l’indifferenza. Fantasmi di esseri umani con una vita oltre, con un pensiero oltre, con una vita oltre, lasciati andare, lasciati scivolare vero il nulla di un destino già segnato.
Morire sotto le bombe oggi, morire dispersi tra le onde scivolando sul viscidume di uno scoglio o in quello peggiore di certe menti senza più connessione con l’anima. Le urla dei bambini terrorizzati, il loro pianto, tutte le lacrime di dolore si rassomigliano. Sei milioni di ebrei lasciarono la vita, sei milioni di alberi sono piantati nel bosco intorno a quello che è il più grande e sconvolgente museo che ricordi il buio in cui la mente umana può scivolare. Alle porte di Gerusalemme ha il compito di insegnare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah, proteggendo i ricordi di tutte le vittime e dei “Giusti” un popolo costituito da 25.700 persone che rischiarono la vita per salvare quella di un altro, di un uomo segnato, di un uomo perduto.
Yad Vashem istituito come Ente Nazionale per la Memoria della Shoah, dal 1953, con un museo che si estende per 4.200 m, i suoi sotterranei, i monumenti, angolo dopo angolo, racconta una storia ferma nel tempo ma che purtroppo non è possibile racchiudere, archiviare o lasciare all'oblio del tempo, le urla di quel dolore, sono più vive che mai tra quelle mura, tra quei percorsi. Ci sono nomi, ci sono facce, ci sono storie, sono vivide testimonianze di una vita esistente prima, di tutta la discesa agli inferi, ci sono milioni di foto scattate in Polonia, Francia, Germania filmati che accompagnano e racconti che percorrono vite. Montagne di oggetti personali, strette alle vite di chi andava incontro alla morte, milioni di libri e scarpe di chi camminava fino ad allora e poi tolte, perché tutto veniva tolto, perché spogliarsi di tutto significava smettere la vita di prima, smettere di essere. Il “Memoriale dei bambini” in una caverna sotterranea raccoglie un milione e mezzo di piccole vite restate impresse in foto e mai più, le nostre orecchie ad ascoltarne il ricordo, sanguinano.
Come quei visi di lacrime infinite che nessuno ha raccolto. Bambini e mamme divisi dai padri dai fratelli in file tra urla incomprensibili, chi è rimasto racconta con gli occhi ancora fissi a quei giorni, a quel freddo, a quelle notti di cani e urla e terrore. Il buio di un momento storico che sprofondava nel terrore che deve essere accolto dal ricordo, dalla memoria, quando ci sembra impossibile che possa ancora accadere, le facce di piccoli torturati dalla guerra ancora urlano e per questo, per loro, anche per loro bisogna ricordare il passato, perché il futuro abbia un valore, perché chiudere gli occhi sul passato significa non capire oggi il presente.
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