Rss di IlGiornaleWebScrivi a IlGiornaleWebFai di IlGiornaleWeb la tua home page
Lunedì 06 aprile 2026    redazione   newsletter   login
CERCA   In IlGiornaleWeb    In Google
IlGiornaleWeb

Cultura - SocietàStefania Castella

CONDIVIDImyspacegooglediggtwitterdelicious invia ad un amicoversione per la stampa

27 Gennaio 2016
27 Gennaio Giornata della Memoria. Se questo è un uomo, sì, lo è...
di Stefania Castella



27 Gennaio Giornata della Memoria. Se questo è un uomo, sì, lo è...
immagine simbolo della deportazione

Quando nell'aprile del ’45 i cancelli furono aperti, i giovani soldati americani non sapevano cosa avrebbero trovato oltre. Ignari, lentamente scivolavano intorno e sotto il filo spinato tra le sterpaglie, l’erba. Quello che raccontano i sopravvissuti ancora oggi, è un pezzo di vita fermo, vivido di chi nelle narici ha portato addosso per anni la puzza opprimente di qualcosa di indefinibile. Nessuno poteva essere preparato a quello. Oltre i vagoni di un treno fermo davanti alle loro facce, c’era una parte di quell'orrore che il mondo ancora non aveva conosciuto veramente. Quel tanfo orribile che molti non riuscirono a sopportare, proveniva da corpi che non avevano più nulla di umano. Le loro braccia, le loro gambe non più grandi di manici di scopa.

 

Dachau era stato il primo, l’esempio, il modello dal quale gli altri campi avrebbero tratto ispirazione.Dal marzo del 1933 a poca distanza da Monaco di Baviera. Cresciuto a dismisura sulle macerie di una vecchia fabbrica di munizioni, liberato dall'avanzata americana dopo quel gennaio, quel 27 gennaio in cui l’armata rossa marciava su Auschwitz lasciando alla storia documenti immagini e una data, che ancora oggi ricordiamo, che abbiamo riportato nel tempo per onorare i dispersi di quell’orrore.

 

Fuori da quei recinti di filo spinato, la città, la civiltà, dentro il nulla. Dentro dimenticare che ci poteva essere qualcos'altro fuori, era consuetudine per tutti, come dimenticare di aver avuto una vita prima. In quelle rigide, organizzate catene di smontaggio di esistenze. La testimonianza che si può ascoltare, di uno dei sopravvissuti all'orrore di Dachau, la voce ottantenne di Joshua Kaufman oggi a Los Angeles, mette i brividi. Nel documentario “Gli eroi di Dachau” trasmesso proprio in occasione della “Giornata della Memoria” su History Channel (canale 407 di Sky) dalle ore 21, l’incontro tra il sopravvissuto Kaufman ebreo di origine ungherese naturalizzato americano, e Lee Gillespie, nato e vissuto in U.S.A è l’incontro di due anime incrociatesi in quegli anni, in quell’inferno. Dietro le porte di quei treno merci tra la marea di gente salvatasi dopo giorni di agonia, per caso, c’era anche il giovane Joshua, davanti a lui l’americano gli sembrò quel Dio in cui si faceva fatica a credere. Oggi Kaufman ringrazia il suo liberatore, baciandogli i piedi, cosa che dice, un tempo, in quel tempo, non aveva avuto la forza fisica per farlo.

 

Qualche ombra di forma umana non si reggeva più in piedi, tra i cadaveri le pupille dei vivi avevano probabilmente la stessa fissità. Molti di quei vivi apparenti, furono portati a braccio. Erano i sopravvissuti all'inferno di un segno, di un cenno che decideva chi sì chi no, chi doveva sopravvivere un giorno in più, chi aveva vissuto abbastanza. Il buio dei lager, era stato questo, l’esistenza tra le mani di chi decideva ogni giorno se quello doveva essere il tuo ultimo giorno. Tra la paura, la fame, il freddo, il dolore per le percosse continue quel “Lavoro che rende liberi” lo scherno appeso ai cancelli stampato sulle facce di chi entrando non sapeva cosa potesse essere, cosa significasse Auschwitz, Birkenau, cosa potesse accadere tra quelle baracche di legno in cui a due a due ci si ammassava dividendosi lo spazio, sopravvivendo ingoiando zuppe di nulla, bucce di patate e cimici.

 

Più di una volta raccogliendo voci e testimonianze, una comune voce racconta che sopravvivere voleva dire annullare tutto quello che si era stati prima. Qui diventa complicato, comprendere senza pensare “allora voleva dire arrendersi, rendergli ciò che volevano?” Non è così, esattamente non era l’inedia a vincere, non era arrendersi la sopravvivenza, ma quella fatidica resilienza, quella capacità di adattarsi alla fame, al freddo alle botte, stringendo le bocche rosse deformate, digrignando i denti fradici logorati dalla mancanza di tutto. Spogliarsi come si faceva dei panni, da esseri civili, per muoversi in panni bestiali cercano di farseli calzare addosso. Mangiare raccattando, barattando, contando i pezzetti, moltiplicandoli all'infinito per sei, per sette, per dieci compagni, ingoiare di nascosto dagli altri e sentirsi la colpa della sopravvivenza di quell'ora in più. Il rumore della fame che fingi di non provare, come la pietà.

 

“In America quando mi rifeci una vita, come potevo raccontare alle mie bellissime figlie che avevo separato l’uno dall'altro i corpi usciti dalle camere a gas spezzato loro le ossa, perché i tedeschi potessero bruciarli?” Questo racconta Kaufman oggi, chiedendosi ancora se esiste un motivo per cui si è sopravvissuti. La sua voce oggi testimonia al mondo quel buio, quel nero, quel vuoto, quel dolore. Quello scivolare prima di trovarsi difronte al male. Quella sensazione ancora prima di varcare quel cancello che qualcosa stesse cambiando, che non era come le altre volte, quello che accadeva agli ebrei, i ghetti, e le vite che avevano vissuto lavorando, studiando non sarebbero state più possibili ancora prima di sapere di essere destinati alla morte. Della sua famiglia nessuno è sopravvissuto. Nel Campo di Dachau dove transitarono circa 200.000 persone, in almeno 41.500 non fecero più ritorno a casa.

 

Da quegli antri, dalla porta degli inferi di quei campi celati dietro la dicitura e la forma infame di “campi di lavoro” e poi trasformatisi tutti in campi di sterminio circa 6 milioni di ebrei trovarono la morte, insieme a zingari, testimoni di Geova, omosessuali tutto quello che era considerato diverso e non conforme, non adatto ai canoni, non adatto a lavorare, non degno di un giorno in più. Dal nulla di Auschwitz in cui era finito e nel quale prendeva forma la più vivida forma di testimonianza di quei giorni, Primo Levi scriveva “Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no”. “Se questo è un uomo”, in un luogo e in un tempo in cui si dimenticava di esserlo, sì era un uomo che decideva, e un uomo che soccombeva, purtroppo un uomo che piano piano moriva e continuava a morire ogni volta ad evocare il ricordo di un tempo in cui qualcuno aveva tentato di impedirglielo, impedito di essere un uomo.

 

Oggi ricordiamo per questo, per sedere al fianco di quegli uomini rimasti dietro il dolore di un filo spinato, in un giorno in cui la memoria non può vacillare. Per dovere non può -27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2016.








  Altre in "Società"