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Cultura - SocietàStefania Castella

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28 Gennaio 2016
Uteri in affitto, la maternità ad ogni costo. Quanto è giusto?
di Stefania Castella



Uteri in affitto, la maternità ad ogni costo. Quanto è giusto?
uteri in affitto

Voglio un figlio, lo voglio a tutti i costi. Lo voglio al di là di ogni ragionevole logica. Dov'è la logica, difficile dirlo. Dare torto ad una madre, dare torto ad un padre della nuova famiglia più che allargata. Che si sbilanci la ragione politica, che si strappino i capelli da un partito all'altro in cerca di una suprema verità, difficile trovarla.

 

Nel parla parla generale, generato soprattutto dai silenzi, sotterranei riferimenti agli uteri in affitto, oggi che tutto è merce, tutto è compra-vendita, come esprimersi senza essere tacciati di essere censori medievali o progressisti troppo oltre per avere ancora barlumi di logica. Correva l’anno 1985 quando nel suo romanzo “Il racconto dell’ancella” Margaret Atwood procreava la distopia di una narrazione con file di donne schiave, strumenti appartenenti, senza appartenenza se non al paterfamilias (come accade alla protagonista) utili solo alla continuazione di una specie, per chi specie non potrebbe procreare.

 

Oggi tutto è scambio e su questo tutto, ancor di più, tutto è un bisogno irrinunciabile, come lo schermo piatto, così l’utero rigonfio. Abbiamo bisogno di un’identità, per questo generiamo? Chiediamoci prima, osserviamo i dietro le quinte di certi bisogni prima di urlare al moralismo plateale. Poi urliamo pure perché non se ne esce, chiaro.

 

In quale posizione, in che modo giudicare chi farebbe qualunque cosa per un figlio, in quale modo giudicare chi farebbe qualunque cosa pur di guadagnare e il cerchio si chiude su questa risposta alla domanda come per ogni legge di mercato. Ci sono luoghi in cui madri surrogate cercano soluzioni per mantenere in piedi la propria famiglia, ci sono luoghi in cui la domanda italiana allunga una “mazzetta” da 20-40mila euro, capite che per vietato che sia tra le nostre mura se poco più in là con cifre a qualche zero si diventa madri, rispondendo al proprio bisogno corrispondendo al bisogno di mantenimento vitale di altre madri, mascherarsi dietro una sorta di “buona inevitabile azione per entrambe” per qualcuno possa sembrare legittimo.

 

Questo è quanto. Da noi non si potrebbe, si rischia la galera, ma fuori per le “prestatrici” è normale routine e secondo le ricerche questi viaggi italiani della speranza, sarebbero realtà per almeno 60-100 coppie all’anno, per una percentuale di “operazioni andate in porto” pari al trenta per cento. Non indagheremo su quale spirito inondi la donna al momento del parto, al momento della procreazione, quanta immensa meraviglia risieda nell'atto di mettere al mondo una creatura che come dicono gli alti scrittori, è Dio agli occhi di una madre. Oggi che Dio si intercetta senza troppa convinzione, anche questo perde senso, scivola nel water dove la bimba - madre affoga la creatura tenuta nascosta per nove mesi, affoga nella madre afflitta dallo stress che la vorrebbe potente, suprema, al di sopra di se stessa, come la dimensione social più in voga.

 

Tutto perde anche il nome dell’azione in questi tempi senza troppe riflessioni, pronti più facilmente a incasellare in file ogni falsariga di sentimento. Dov'è la ragione di questa perdita di memoria, la memoria di se stessi che fa accettare il corso della natura, anche la propria, accogliendo l’inclinazione della curva genetica che vuole che dopo una certa età sia meglio rinunciare, che dopo milioni di tentativi, meglio arrendersi che distruggersi.

 

Sono una donna, metto le carte in tavola una dietro l’altra, io che le donne ammiro e innalzo pur sapendo quanto veleno sappiano dispensare una verso l’altra, dispongo le carte perché le leggiate ma non saprei interpretarle. Forse anche queste righe potrebbero apparire distopiche. Forse.








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