Rss di IlGiornaleWebScrivi a IlGiornaleWebFai di IlGiornaleWeb la tua home page
Lunedì 06 aprile 2026    redazione   newsletter   login
CERCA   In IlGiornaleWeb    In Google
IlGiornaleWeb

Cultura - SocietàGianni Pezzano

CONDIVIDImyspacegooglediggtwitterdelicious invia ad un amicoversione per la stampa

09 Febbraio 2016
Alla ricerca dell'identità perduta
di Gianni Pezzano


Alla ricerca dell'identità perduta

Per alcuni il primo indizio d’avere origini italiane potrebbe essere la presenza di una Moka in cucina per colazione invece di utilizzare il caffè in polvere come fanno i vicini di casa. Per altri la notizia arriva tramite la scoperta che un figlio soffre di talassemia che non era previsto puramente dal cognome non italiano. E invece per altri la scoperta potrebbe venire da un progetto scolastico di rintracciare l’albero genealogico.

Per chi si limita ad utilizzare il cognome per definire la proprie origini, la scoperta di non avere origini chiare potrebbe essere una grande sorpresa.

In alcuni paesi anglosassoni una parte degli emigrati italiani ha cambiato legalmente il cognome per evitare problemi in un periodo dove il nuovo paese di residenza correva rischi seri di andare in guerra contro il paese di nascita. Così un Campobello diventò Campbell e altri utilizzavano l’elenco telefonico per trovare cognomi innocui. 

 

Naturalmente il modo più naturale di cambiare il cognome è con il passare delle generazioni e i matrimoni con persone non italiane per i quali i cognomi cambiavano, nascondendo una parte delle origini dei figli. Poi un giorno la scoperta che il passato non è chiaro come si pensava e perciò una persona inizia un viaggio per scoprire chi erano veramente i suoi avi.

In paesi come gli Stati Uniti e l’Australia dove la documentazione è conservata in modo ordinato le ricerche potrebbero sembrare facili, però in ogni caso la ricerca è più difficile di quanto potrebbe sembrare a prima vista.

Il cambio di cognome è soltanto una parte del problema. Magari la persona che ha trascritto le generalità ha sbagliato a capire, o a scrivere le stesse, in modo tale da confondere il nome, oppure i paesi di origine. Per molti anni spesso persino i passaporti erano documenti abbastanza vaghi che non davano dettagli precisi e in un modo tale che il ricercatore del futuro avrebbe trovato  seri ostacoli nel rintracciare i nonni di tutte le nazionalità. Inoltre, c’erano quelli che per vari motivi, leciti e illeciti, cercavano di nascondere le loro generalità per poi perdersi nel nuovo paese, rendendo ancora più difficile il compito di rintracciare il passato.

 

Sono passi che conosciamo tutti in qualche modo, ma è un passo ancora più personale per chi scopre in modo inatteso che il passato è un mistero da svelare. In alcuni casi queste scoperte sono imbarazzanti per motivi di orgoglio, o anche per motivi politici in quei paesi dove le proprie origini sono importanti per poter iniziare una carriera politica. Basta guardare il dibattito tra i candidati repubblicani nelle primarie presidenziali americane per notare gli attacchi di Donald Trump contro i candidati con cognomi non anglosassoni come Rubio e Cruz.

Però c’è un aspetto di queste ricerche che pochi considerano oltre la voglia di stabilire la propria identità e origine. Con la legge italiana di cittadinanza che ha come base lo ius sanguinis, le origini stabiliscono anche il diritto di chi ha, o non ha, il diritto alla cittadinanza italiana. Per molti il dibattito è chiaro, ma non lo è affatto quando si entra nei dettagli.

Abbiamo avuto una prova interessante in Italia circa un decennio fa nel mondo del calcio dove diverse società, tra le quali l’Inter e la Lazio, avevano utilizzato giocatori come italiani quando in effetti le carte che hanno stabilito questo diritto risultarono false. Ovviamente questo rischio si estende anche in altri campi dove rintracciare linee di discendenza legale potrebbe dare o negare il diritto di entrare legalmente in Italia come cittadino.

 

D'altra parte limitare, in un paese che è diventato importatore di mano d’opera, il diritto alla cittadinanza solo tramite il sangue di almeno un genitore crea problemi interni a lunga scadenza, come hanno costatato altri paesi con leggi simili.

Possiamo mai ragionevolmente pretendere che i figli di terza e quarta generazione nati in quei paesi non possano avere diritto alla cittadinanza del loro paese di nascita? Nella stragrande maggioranza di questi casi i figli non parlano la lingua e non hanno mai visitato il paese dei loro nonni, allora diventa difficile, se non impraticabile, insistere che mantengano cittadinanze legali che sono solo cittadinanze di convenienza per entrambi i paesi.

Per i figli di immigrati ogni aspetto del dibattito sulla cittadinanza e l’identità personale ha un aspetto personale. La cittadinanza non è soltanto una formalità che definisce il diritto di voto, visto che tutti gli altri diritti sono protetti costituzionalmente. La cittadinanza e il passaporto che ne segue sono simboli forti dell’identità di ciascuno di noi.

Non sono l’unico figlio di immigrati italiani a registrare la mia cittadinanza italiana e ottenerne il passaporto per motivi di orgoglio per le mie origini. Ero e sono ancora fiero della mia cittadinanza australiana, ma in nessun modo consideravo quella cittadinanza l’unico aspetto della mia identità. Non ero l’unico a soffrire pregiudizi per via del mio cognome e per le mie origini e perciò appena ho capito d’essere nato cittadino italiano ho ottenuto il passaporto come dimostrazione ufficiale di quel che sentivo dentro di me, di appartenere a due paesi e non soltanto a uno.

Per questo motivo posso capire lo stupore e lo sgomento di chi si trova a chiedersi quale sia la propria identità quando scopre che le sue origini non sono chiare. Per questo motivo posso capire e condividere la battaglia di chi nasce in un paese di poter ottenere la cittadinanza di quel paese.

Si parla molto di integrare gli immigrati in questo paese, ma davvero crediamo di poterlo fare negando a chi ci nasce d’averne la cittadinanza con tutti i suoi doveri e diritti? Il dibattito dello ius sanguinis contro lo ius soli va oltre l’aspetto puramente legislativo. È la questione di accettare i nuovi arrivati e di riconoscere che sono e faranno parte del futuro di questo paese. Così come è successo nei grandi paesi di immigrazione nel passato.

 

Se continuiamo a trattare gli immigrati e soprattutto i loro figli come stranieri non facciamo altro che creare le condizioni per un conflitto sociale che nessuno ragionevolmente vuole. Basta vedere quanti dei foreign fighters per l’ISIL sono figli emarginati di immigrati da altri paesi per rendersi conto del pericolo vero di questo fenomeno.

Rendiamo più facile poter trovare il proprio passato e origini perché a lungo termine capiremo che essere fieri delle origini non rende più deboli i legami tra i nostri paesi di residenza e di origine, li rende ancora più forti.

 








  Altre in "Società"