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Cultura - SocietàStefania Castella

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25 Aprile 2016
La libertà sulla propria pelle
di Stefania Castella



La libertà sulla propria pelle
Un diritto che va
garantito. La scelta.

Nel lungo fine settimana sfociato con il lunedì di celebrazione del 25 aprile, la festa nazionale della Liberazione, il ricordo della conquistata libertà, ci ricorda quanto questa sia fondamentale in tutte le sue forme. Libertà che comincia e si inoltra nella libertà dell’altro, perché un individuo non limiti quella dell’altro nella proclamazione della propria. Senza rovinare la festa e il ricordo a nessuno, una delle forme di libertà acquisita e diventata legge, quella riguardo l’interruzione volontaria di gravidanza, datata 1978, quella fatidica 194, prima della quale l’aborto era ritenuto reato per li codice penale, secondo alcuni numeri, come sottolinea il Consiglio D’Europa all’Italia, lascia ancora zone d’ombra nel nostro paese.

 

Un terreno minato, una questione da leggere sotto diverse lenti, quella democratica, quella legittima alla quale legittimamente si dava una legge, quella più forte che è la visione personale, intima, inscindibile, racchiusa solo tra chi decide per sé stessa il proprio corpo e nessun altro. Perché dare la vita, è una questione di chi la vita la culla in grembo, e sa, come dire? Consciamente ed inconsciamente, quello che vuole per sé stessa e la creatura che porta dentro.

 

Chi può decidere al posto suo? Certo, molte parole non sono altro che parole, se consideriamo che sette medici su dieci in Italia, sono obiettori di coscienza. Una cifra troppo alta, che complica, che non tutela, che rende pericoloso un percorso già difficile e sofferto di per sé. Dopo un ricorso della Cgil, la Commissione dei diritti umani e sociali del Consiglio d’Europa, ha addirittura decretato che è il diritto alla salute delle donne che non viene tutelato, che non ci sono misure adeguate per compensare le carenze derivate dall'obiezione. Le cifre? In alcuni luoghi sono altissime, un esempio: In Campania l’83,9% in Basilicata l’84,1 in Sicilia l’83,5% dei medici, sono obiettori, in Molise la cifra sale ancora di più.

 

Questo vuol dire che un diritto acquisito non ha il valore che dovrebbe avere, che per farlo valere, sulla propria pelle si cerca più lontano, si va sotto banco, ci si infila in pratiche pericolose con assistenza ridotta all'osso, come non sottolineare infatti anche una sorta di discriminazione verso i medici non obiettori, come se fossero negazionisti della vita. Non è questo, è solo assistere un paziente nell’esecuzione pratica della messa in pratica della sua libertà. Di scelta, senza avere bisogno di ulteriori complicazioni. Cosa prevista in quel lontano discusso 1978, in cui si cercava di dare una sorta di equilibrio che rendesse la “Libertà” di scegliere a chi era pro, a chi si fosse preferito contro, ma il tutto sempre nell'applicazione legittima, della tutela della donna-paziente, che sceglieva per l’appunto liberamente.

 

Di elementi definitivi relativi alle interruzioni di gravidanza più recenti, gli ultimi sono datati 2013 (secondo la relazione inviata al Parlamento dal Ministero delle Salute riguardo proprio l’applicazione della legge 194. In data 26 ottobre 2015), danno le cifre di un totale servizio-disservizio medico allarmante, a fronte di una dimezzata cifra riguardo gli aborti, diventati nel 2014 meno della metà rispetto a trent'anni prima. Cifre che dovrebbero significare forse una consapevolezza diversa?

 

O peggio, cifre che raccontano una obbligata accondiscendenza alla quale le pazienti devono arrendersi perché non esistono alternative?








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