 | | Il parco verde di Caivano |
Aveva un nomignolo Fortuna Loffredo, la chiamavano “Chicca”. Un viso bellissimo e riccioli chiari. Dolce piccola, come lei altre facce, altri piccoli. Qui, nelle case popolari di Caivano periferia nota per essere parte di quella fatidica “Terra dei fuochi”, il Parco Verde ha custodito tra palazzoni “sgarrupati” i segreti di troppi piccoli diventati grandi troppo in fretta, alcuni di loro, invece grandi non lo diventeranno mai.
Fortuna Loffredo finiva la sua breve vita, ad appena sei anni, faccia sul selciato grigio dopo un volo senza ali spiegate, dall'ottavo piano di uno squallido palazzone di quella squallida periferia. Ci vollero sei mesi, per stabilire le prime verità, il suo corpo aveva subito abusi, da poche settimane prima a mesi prima, a chissà quanto altro tempo prima. Il suo caso non passò inosservato agli inquirenti, era il 24 giugno del 2014, un anno prima un altro volo, di un altro bimbo, Antonio Giglio tre anni appena, da quello stesso stabile, al settimo piano cominciò a gettare lunghissime orribili ombre su un presunto collegamento tra i due “incidenti”. Ci sono volute decine e decine di microspie, e un lavoro tenace in un ambiente difficile e omertoso, per scoperchiare un pentolone vergognoso, una rete di orchi in un luogo che di verde, a quanto pare ha soprattutto la faccia di chi sapeva e ha taciuto, per troppo tempo.
In carcere da venerdì scorso il presunto colpevole degli abusi e dell’omicidio di Chicca, Raimondo Caputo, quarantenne pregiudicato, già macchiatosi di violenza ai danni dei bimbi della sua compagna. Una, Doriana, amichetta di Chicca, L’altra di appena tre anni, il maschietto quell'Antonio Giglio, di cui sopra. Basterebbe questo per capire, avere un’idea della connivenza, della bruttura di questa storia. Lui l’uomo già accusato di stupro, lei, la donna-madre di queste creature coinvolte, a conoscenza di fatti intollerabili, che copriva il compagno mostro secondo le intercettazioni con un “passerà” rivolto alle sue bimbe.
Proprio grazie alla testimonianza della piccola amichetta di Chicca, il nome del Caputo veniva fuori, una volta allontanati i piccoli da quel luogo senza ossigeno. Portati in una casa famiglia, la piccola, ed altri bimbi del luogo hanno cominciato a confessare tutte le brutture di cui erano partecipi. La violenza sessuale, il segreto da tenere “senza fare uscire neanche un poco di segreto…” dicevano mamma e nonna alla piccola che, parlando con inquirenti e psicologi, ha rivelato di essere stata raggiunta quell'ultimo giorno dall'amichetta, di averla vista allontanarsi con l’uomo, per avviarsi verso il terrazzo. Lì, insieme alla madre assisteva alla violenza, alla ribellione della bimba, evidentemente stanca di subire.
Il finale allucinate racconta dell’uomo che solleva la bimba, e quello che abbiamo già letto altre volte. Un vicino di casa raccoglie la bambina agonizzante, per portarla alla svelta lontana dal luogo, in ospedale. Anche quell'uomo insieme alla moglie, è accusato di abusi e violenza su minori. Sembra che lo sguardo di un Dio benevolo abbia deciso di allontanarsi da questi luoghi per lasciarli nell'abbandono e nella bassezza morale. “Un contesto eufemisticamente disastrato” scrive il Gip Alessandro Buccino Grimaldi, e stila un’ordinanza di custodia cautelare di 122 pagine, che raccontano e accusano Caputo, raggiungendo lui e la compagna, guardiana di troppe verità mai svelate. Al momento della diffusione della notizia, una bomba carta si scagliava con forza contro il muro di casa dei due, dove la donna ancora vive agli arresti domiciliari con la piccola treenne anche lei violentata dal compagno.
Un luogo da film horror, dove già nei primi momenti la madre di Fortuna, chiedeva di indagare gettando sospetti sui vicini, chiedendo di scrutare tra quelle mura, sporche e colluse, dove il sangue di anime innocenti veniva sparso senza nessuna forma di umana pietà. Proprio in queste ore, dal carcere di Poggioreale dove è rinchiuso, in attesa che i pubblici ministeri chiedano il rinvio a giudizio, e formalizzino un dibattimento per accertare le responsabilità, si sa che il Caputo è stato trasferito in isolamento, dopo aver subito un pestaggio da parte dei compagni di cella. Un ennesimo caso nel caso, in una storia che definire brutta, è un limite umano che ci si deve imporre.
Resta poco altro da aggiungere se non il ricordo di questi angioletti lanciati nel vuoto che non hanno potuto spiccare il volo per strapparsi via da una realtà orrenda, e hanno trascinato sull'asfalto lurido, la vita di tanti, anche di quelli che hanno voltato la faccia dall’altra parte.
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