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Cultura - SocietàGianni Pezzano

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03 Maggio 2016
Come facciamo a farci conoscere?
di Gianni Pezzano



Come facciamo a farci conoscere?
Il mio grosso grasso
matrimonio greco

Molto spesso il divertimento di guardare un quiz televisivo è di scoprire fatti nuovi, oppure di ricordare fatti dimenticati. Così, ieri sera un quiz mi ha fatto ricordare un avvenimento importante che riconosce il contributo degli emigrati italiani in Brasile.

 

Il 18 novembre del 2014 il ministro brasiliano della cultura ha riconosciuto ufficialmente il Talian, cioè il dialetto veneto-brasiliano, come “Patrimonio culturale” di quel paese. Questo fatto non è solo un riconoscimento prestigioso per i nostri emigrati e dunque per il Bel Paese, ma fornisce anche la prova del ruolo degli immigrati nello sviluppo dei loro nuovi paesi di residenza.

 

Per coincidenza qualche ora dopo un altro canale ha trasmesso il film classico “Il Padrino” di Francis Ford Coppola  che  probabilmente è il film  più emblematico di come gli immigrati diano contributi importanti sia nel bene che nel male, in questo caso negli Stati Uniti. Un film che, nella sua versione originale in lingua inglese,  senza dubbio nel futuro sarà prova di una fase importante della Storia di quel paese.

 

Per chi vuole mettere alla prova il proprio inglese, vale la pena vedere questo film in lingua originale perché fa capire in modo esemplare i cambi non solo della lingua italiana, ma anche dell’inglese stesso. Infatti il suo seguito “Il Padrino 2” non fa altro che rinforzare queste prove.  

 

Scena dopo scena il linguaggio riflette la miscela delle due culture. Purtroppo nel doppiaggio del film è impossibile tradurre per intero questi cambi e mutazioni di parole ed espressioni. Per esempio, nella scena del primo film del pestaggio di Michele Corleone da parte del capitano della polizia si perde la serie di parole razziste e le bestemmie utilizzate dal poliziotto corrotto contro il figlio del padrino e come alcune di queste parole siano di chiara origine italiana. Nel libro originale di Mario Puzo questo linguaggio è ancora più marcato  che nel film.

 

È una realtà ancora validissima non solo nei film, ma soprattutto nella vita vera. Per noi figli di emigrati nel momento in cui apriamo bocca ci facciamo conoscere perché il nostro accento, il modo di parlare e la padronanza o meno della lingua italiana sono tutti segni d’essere nato e cresciuto all'estero. Ci vuole poco per capire che è quasi impossibile per una persona cresciuta in un paese con una lingua imparare perfettamente la lingua di un altro paese. Quasi sempre è la prima lezione del nostro primo viaggio in Italia quando ci rendiamo conto di non capire benissimo i nostri parenti italiani e di non parlare davvero bene la lingua dei nostri nonni.

 

Questa consapevolezza fa parte della nostra crescita e per alcuni di noi diventa il motivo di voler sapere di più del nostro passato. Però dobbiamo riconoscere che questi cambiamenti linguistici non sono a senso unico e non si limitano alla sola lingua italiana.

 

In Australia esiste una parola nuova il “parmi” che non è altro che il soprannome dato a un piatto di origine italiana, il “parmigiano”, ma che ha poco in comune con le melanzane alla parmigiana che piace a quasi tutti. Questo piatto consiste in una cotoletta, sia di manzo che di pollo e di solito di grandi dimensioni, sulla quale si mette una fetta di prosciutto cotto, salsa e formaggio che viene riscaldata sotto una griglia prima di essere servita, quasi sempre con una grandissima porzione di patate fritte. Il piatto è diventato uno dei preferiti degli australiani e ora è spesso il piatto forte dei pubs australiani. Quasi nessuno degli australiani che  lo mangia regolarmente sa che il piatto non è nato in Italia.

 

Allo stesso modo in Inghilterra il “chicken tikka masala”, di origine indiana, ma in una forma sconosciuta in quel paese, è diventato il piatto più popolare di fast food. E cosi accade in molti paesi dove le varie comunità immigrate hanno fatto sentire la loro presenza.

 

Chi viaggia sul social media e vuole fare un giro del mondo di queste comunità potrebbe facilmente fare ricerche di pagine di queste comunità in tutti i continenti. In pochi minuti vedrebbe come ogni comunità ha tenuto aspetti importati delle proprie origini, ma come anche ciascuna di loro ha cambiato il proprio carattere, quasi sempre senza capire d’aver creato culture nuove che mettono insieme aspetti diversi dei loro paesi di origine e di residenza.

 

Uno dei motivi del successo dei film di Coppola, come anche film come “Il mio grosso, grasso matrimonio greco” è proprio perché esiste un pubblico internazionale che si riconosce in molti aspetti dei personaggi sullo schermo. Nel caso di questo ultimo film, non bisogna essere greco per capire, apprezzare e soprattutto ridere nel vedere la reazione dei genitori della ragazza considerata da loro una “zitella permanente”  non tanto dal fatto che si presenti con il fidanzato, ma particolarmente perché questo fidanzato NON è greco. Conosco tante ragazze italo-australiane che adorano il film proprio perché le loro esperienze con i propri genitori erano identiche.

Tuttavia, sbaglieremmo di grosso se limitassimo questi cambiamenti soltanto al cibo e ai film. La nostra lingua e le nostre origini ed esperienze fanno parte di come vediamo il mondo e dunque abbiamo modi molto diversi di come agiamo con gli altri e lavoriamo. Per questo motivo ogni cultura e ogni nazione ha aspetti facilmente identificabili. Figli di emigrati italiani hanno cambiato i loro paesi di nascita anche come architetti, ingegneri, accademici, artisti e in ogni campo dell’esistenza perché hanno imparato dai loro genitori molte cose che i loro coetanei non avevano imparato a casa. Cosi da gruppo a gruppo dove ognuno ha passato ai loro figli aspetti della loro cultura.

 

Allo stesso modo in ogni paese con forti comunità emigrate sono nate società e industrie importanti ispirate dalle origini dei loro fondatori. Importanti imprese di vino e cibo, la produzione di ceramiche e vetro, e cosi via in ogni campo industriale e culturale. Perciò è sbagliato trattare il fenomeno dell’emigrazione solo in termini di luoghi comuni e considerare ogni gruppo in generale e non ogni singolo individuo per il contributo che dà al nuovo paese.

 

Per questi motivi i paesi di origine hanno l’obbligo di documentare le esperienze dei loro connazionali all'estero perché i loro contributi nei paesi nuovi  non hanno origine in quei paesi. Riconoscere i contributi ad altri paesi è, a tutti i livelli, il riconoscimento del contributo che il paese d’origine fa alla cultura del mondo.

 

 

Allora non trattiamo più le comunità italiane estere come semplici appendici della nostra esistenza. Riconosciamo che queste comunità fanno parte della nostra Storia e che sono anche parte fondamentale della nostra economia e Cultura.








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