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Cultura - SocietàStefania Castella

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29 Maggio 2016
Addio a Giorgio Albertazzi, leggenda del teatro
di Stefania Castella



Addio a Giorgio Albertazzi, leggenda del teatro
Giorgio Albertazzi

Si è spento nella tenuta di famiglia in Maremma Giorgio Albertazzi, aveva 92 anni. Sofferente da tempo, l’annuncio della sua famiglia “Il suo cuore ha smesso di battere alle ore nove” chiude il sipario su uno dei più grandi interpreti; regista, sceneggiatore, attore riduttore e traduttore di romanzi, l’esempio per generazioni di attori che piangono oggi la sua scomparsa. In scena da tutta la vita, Albertazzi nasce a Fiesole il 20 agosto del 1923 e nella sua lunghissima carriera era stato in tournée ancora fino a pochi mesi fa con le “Memorie di Adriano”, ancora il sogno di riportare in scena Giulietta e Romeo, magari interpretato da due vecchi attori, magari con la grandissima Valeria Valeri e ancora al Ghione di Roma, quando già ammalato voleva a tutti i costi dare vita allo Shylock de il “Mercante di Venezia” di Shakespeare.

 

La voglia ma anche la stanchezza che recentemente gli faceva dire: “Non mi va di cantare le lodi di una prestanza fisica che non ho più, né di negare la decadenza che avanza”. Consapevolezza che racconta chi gli era accanto fino all'ultimo, gli ha dato modo di affrontare con serenità gli ultimi momenti. E fino all'ultimo accanto la moglie Pia Tolomei di Lippa, sposata nel 2007 quando lei aveva 48 anni e lui 84, pieni di fascino, e temperamento. Albertazzi tra gli attori, non era un attore, era L’attore, quello che in scena può mutare d’aspetto e incantare, può incollare con lo sguardo e virare con il semplice mutare di una nota vocale. La maestria frutto di lavoro e probabilmente di un fattore che nasce con l’uomo, e resta per sempre. Come resta la sua impronta nelle tante testimonianze di affetto come quella di Gigi Proietti, che aveva diretto il maestro nel 2001 per “Falstaff”. “Dirigere Albertazzi? Era come suonare uno Stradivari”, ha detto all'Ansa Proietti.

 

Albertazzi lascia un’enorme eredità, che sapeva di tradizione e modernità di sperimentazione sete e voglia di trasmettere l’arte insita fino al midollo. Una delle figure più incisive del teatro italiano del ‘900, probabilmente, uno degli ultimi grandi che in questo anno infausto in cui tanti personaggi dello spettacolo ci hanno lasciato, resterà nella memoria tra le tavole dei teatri calcati, nel ricordo degli applausi di chi ha avuto la fortuna di poterlo vedere in scena, quando poteva essere quello che era, L’Uomo, L’Attore.








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