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Cultura - SocietàStefania Castella

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14 Giugno 2016
Delitto Rea confermati 20 anni per Parolisi
di Stefania Castella



Delitto Rea confermati 20 anni per Parolisi
Il chiosco di Ripe di Civitella
luogo del ritrovamento di Melania

Fotogramma dopo fotogramma, il percorso di quel giorno, l’andamento tranquillo di una famiglia come le altre. Passi vicini e distanti, studiati, analizzati: la bimba, la spesa, giostrine, caffè. Buio. È il 18 aprile del 2011 il giorno in cui quei fotogrammi restano impressi e fermi per sempre, schedati come dati dagli inquirenti, ricordi dell’ultima volta, per i cari, che hanno vissuto e rivissuto migliaia di volte quel percorso, quel dolore, 35 fendenti a spezzare la vita di una giovane bellissima mamma, 35 coltellate che la portavano via alla sua piccola, a due genitori, sempre composti nel dolore indescrivibile da quei giorni ad oggi. Carmela Rea, detta Melania, aveva 29 anni una bimba all'epoca di diciotto mesi, un marito che aveva seguito nella carriera militare, 235esimo Reggimento Piceno.

 

Innamorata, in attesa, la Pasqua di quell'anno si approssimava, significava tante cose per quella coppia, per Melania e lui Salvatore Parolisi, l’unico a poter raccontare, l’unico ad essere accanto alle due donne della sua famiglia. Di quelle ore all'aria aperta in quel di Colle San Marco ad Ascoli Piceno doveva essere un momento di felicità, di spensieratezza, secondo la ricostruzione successivamente fatta dal Pm invece: “Per Salvatore quelle vacanze pasquali costituivano una sorta di terribile imbuto”. C’era da una parte la famiglia, moglie, figlia, parenti ad attendere, e c’era dall’altra, lei, l’altra, le vacanze promesse, gli incontri promessi, la fatale promessa ulteriore di mollare tutto e fuggire insieme. Ecco cosa c’era nella testa di Salvatore Parolisi presumibilmente. Una catena che soffocava, l’impossibilità di uscirne, la paura di ammettere verità, tradimenti.

 

Un caffè e quello che veniva dichiarato dopo, una ritrattazione dopo l’altra, non era che una nebulosa ricostruzione che ha sempre lasciato margini, troppi margini di dubbio. Su tutto. Quello che restava, era il corpo martoriato della giovane ritrovata grazie ad una telefonata anonima due giorni dopo. Una siringa piantata nel petto, segni sul corpo insieme a 35 coltellate. Parolisi e il primo avviso di garanzia notificato dopo qualche mese, e dopo qualche mese ancora, l’arresto e l’odissea, l’ergastolo in primo grado, e dalla massima pena, con la sentenza di secondo grado si passava a 30 anni, inflitti dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila, il ricorso successivo presentato dai legali della difesa, un nuovo verdetto della Corte di Cassazione, e la tanto discussa a febbraio scorso, esclusione dell’aggravante della crudeltà, e quindi il ricalcolo necessario della pena.

 

L’ex caporalmaggiore viene condannato quindi a 20 anni dalla Corte d’Assise d’Appello di Perugia, e mentre si sottolinea la non concessione delle attenuanti, i legali dell’uomo fanno sapere alla stampa che prepareranno il ricorso alla Corte europea di Strasburgo per verificare se il loro assistito abbia subito “un giusto processo” in un caso dove il giusto appare ancora difficile da individuare.








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