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Cultura - ArteFrancesco Taverna

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15 Marzo 2019
La rubrichetta - Il mito di Paz.
di Francesco Taverna


La rubrichetta - Il mito di Paz.

Paz. Zanardi. Pentothal. Pompeo. All’anagrafe di San Benedetto del Tronto viene registrato semplicemente Andrea. Andrea Pazienza. Nato nel ’56, emigrato (all’epoca dal meridione ancora si “emigrava”) a Bologna nel 1974, decide appena diciottenne di cristallizzare su carta ruvida con i suoi amati pennarelli la mitologica figura del “fuori-sede”. “Le Avventure di Pentothal” pubblicato nel ’77 su Alter Alter, segna l’inizio di un carriera che mostra più tratti in comune con una rockstar che con un disegnatore.  Erano gli anni del Male, di Vincino, Sparagna, della TraumaFabrik Production, di Tamburini, Scozzari, del “nuovo Michelangelo” direttamente da Quadri (CH) Gaetano Tanino Liberatore. A contatto giorno e notte tutte queste fantasiose menti e queste formidabili mani sfidarono la politica e il costume italiano per vent’anni. Non vi furono ostacoli ideologici che non seppero aggirare o radicati tabù che non presero in giro. Una falla: l’eroina. 

O meglio, il disagio. Quale disagio afflisse i ragazzi di quella generazione in tutta Europa ancora non è molto chiaro. Certo è che nelle sue differenti declinazioni spesso ebbe come valvola di sfogo la droga per antonomasia. 

La più seducente, la più pericolosa. Così Pompeo, alter- ego di Paz, tenta di scalare tutti giorni il tortuoso muro della dipendenza, circondato da dall’apatia e dall’indifferenza. Pompeo muore nel 1987, sovrastato da quella sostanza da quella profonda tristezza, Andrea Pazienza, l’autore più simpatico ed intelligente del fumetto italiano lo segue l’anno successivo. 

“Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, disegno da quando avevo 18 mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo.”


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