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Cultura - LibriStefania Castella

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31 Marzo 2020
L'unica notte che abbiamo di Paolo Miorandi
di Stefania Castella



L'unica notte che abbiamo di Paolo Miorandi
L'unica notte che abbiamo di Paolo Miorandi

A tu per tu con le voci di dentro.

Una scatola di foto e un compilatore di storie: la memoria può sanare le ferite

Gabriella Brugnara, Corriere del Trentino

Esiste un luogo in cui avvengono degli incontri nel silenzio e nella solitudine, uno spazio personale dove ci troviamo a tu per tu con le voci che ci portiamo dentro e che a volte abbiamo persino un po’ paura ad ascoltare: comportamenti irrisolti che abbiamo tenuto e vorremmo poter correggere, risposte sgarbate, azioni malvagie, sciatteria, vane presunzioni. Frammenti di memorie che spesso di notte entrano nella nostra vita senza chiedere permesso, senza bussare, con cui dobbiamo fare i conti. Eppure è solo in questo luogo solitario che possiamo provare a fare pace con i nostri fantasmi. Sono voci, monologhi di persone morte, ciascuna di loro chiusa nella bolla dei propri ricordi, a farsi materia narrante di L’unica notte che abbiamo (Exòrma, 2020, pp.228, euro 16,50), il nuovo potente romanzo di Paolo Miorandi . Miorandi è nato e vive a Rovereto, dove lavora come psicoterapeuta. Tra le sue ultime opere ricordiamo Verso il bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser (2019) e Lessico di Hiroshima (2015). L’autore immagina che un’anziana signora mostri delle vecchie foto al vicino di casa, che assume il ruolo di compilatore della storia. Alla finestra, nel buio della notte, l’uomo ascolta dei frammenti di storie concatenate che si sprigionano da queste immagini, ed accade che ogni persona evocata torni sul luogo della propria ferita, e la esibisca per invocare perdono: il giudizio è sospeso, la direzione è invece quella di una possibile ricomposizione dei conflitti.

Miorandi, che messaggio affida al titolo «L’unica notte che abbiamo»?

«È una frase che il compilatore della storia pronuncia alcune volte nelle ultime pagine. Quest’unica notte che abbiamo è il luogo in cui si svolge quel genere di incontri che avvengono nel silenzio e nella solitudine, e sono rappresentati dalla figura ricorrente di un uomo alla finestra nell’oscurità. Le vicende che racconto sono realmente accadute, vere le persone, autentiche le esistenze narrate. Ho dato però ai protagonisti parole che forse non hanno mai detto e pensieri che non hanno mai pensato. È una storia che mi è stata consegnata e che sono stato chiamato a custodire».

Il grande tema del romanzo è appunto quello del custodire, l’importanza della memoria.

«Attraverso quella scatola di fotografie la protagonista fa qualcosa che in alcuni casi siamo tutti chiamati a fare: guardare dentro a quelle che sono le macerie della nostra storia. Macerie perché ciascuno di noi ha una narrazione più o meno ufficiale, che è quella che ci raccontiamo, una storia talvolta di successi, la versione che vogliamo raccontare agli altri e spesso anche a noi stessi. Ci sono poi tutte le cose scartate da questa narrazione ufficiale, e sono appunto le macerie che ci lasciamo dietro, i fallimenti, i fantasmi, le vite mancate, i dolori».

Una narrazione che, dati questi presupposti, non è interessata a cercare la coerenza.

«La storia vuole infatti rimanere rotta, e anche il modo in cui è stato costruito il libro persegue questo fine. Le voci sono tante perché le macerie sono pezzi rotti di cose, non oggetti ben lucidati con forma chiara e visibile. Tutti noi abbiamo dentro delle cose che abbiamo avuto la pretesa di scartare e sono rimaste lì. La “fatica” che ora chiedo al lettore è di fare la stessa cosa, di provare a mettere insieme i pezzi. Le parti pacifiche della nostra vita sono già a posto, quelle che siamo chiamati a rielaborare sono le più oscure».

Tante voci che monologano, ogni persona chiusa nella bolla dei propri ricordi: perché questa scelta?

«L’idea è che, a parte una, le voci siano di persone morte, così io immagino che chi è morto non possa che monologare, ripercorrendo alcuni luoghi della sua vita, come provasse a giustificare le ragioni di un comportamento senza tirare fuori troppi concetti o spiegazioni filosofiche. L’intento è di chiedere scusa ai vivi per quanto accaduto».

Un libro dunque incentrato anche sul perdono?

«Penso che la narrazione sia sorretta da due movimenti che non possiamo staccare l’uno dall’altro: da una parte il nostro compito è esprimere la gratitudine, ma al contempo provare a perdonare le persone per quello che ci hanno lasciato, anche se non sempre è qualcosa di leggero. In questo senso, la protagonista prova a perdonare alcuni fatti alle persone che l’hanno preceduta, ed è grata, ad esempio, per le passeggiate in campagna con la nonna materna».

Paolo Miorandi è nato e vive a Rovereto in Trentino, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato: "Verso il Bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser" (Exòrma 2019); "In basso a sinistra. Un viaggio in Cile" (2003); "Ospiti" (2010); "Nannetti" (2012) da cui è stato tratto il cortometraggio "Libro di sabbia", realizzato con il regista Lucio Fiorentino; "Lessico di Hiroshima" (2015) portato in scena con musiche originali composte da Roberto Conz ed eseguite da Marco Dalpane. Ha lavorato inoltre come sceneggiatore ed è stato co-autore di cortometraggi.

Paolo Miorandi

L’unica notte che abbiamo

Exòrma, 2020

Collana Quisiscrivemale

Prezzo: euro 16,50 // Pagine: 288








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