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Cultura - LibriStefania Castella

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20 Dicembre 2021
Margarone quando la realtà supera la fantasia. Intervista all'autore di 2020 il mondo si è fermato-Ci avrà insegnato qualcosa?
di Stefania Castella



Margarone quando la realtà supera la fantasia. Intervista all'autore di 2020 il mondo si è fermato-Ci avrà insegnato qualcosa?
Il romanzo di G. Margarone

LO SCRITTORE GIOVANNI MARGARONE: “STIAMO VIVENDO UNA REALTÀ CHE QUALCHE ANNO FA AVREMMO VISTO SOLO IN UN ROMANZO DISTOPICO, MA DOBBIAMO VIVERE NELLA SPERANZA”

 

L’incertezza per il futuro, mille voci discordanti, il dolore, la paura ci accompagnano dai primi mesi della pandemia. Nel saggio 2020 Il mondo si è fermato - Ci avrà insegnato qualcosa? lo scrittore Giovanni Margarone racconta con mente analitica, ma profondamente umana, l’attuale periodo storico che stiamo vivendo.

Giovanni il mondo è confuso, non si sa ancora quando e come torneremo alla normalità. Sembra, talvolta, di essere i personaggi all’interno di un romanzo distopico, non trovi?

In effetti ci troviamo di fronte a una situazione alquanto innaturale, in cui la confusione ha sempre regnato spesso a causa di notizie contraddittorie se non false, divulgate da fonti di dubbia attendibilità. Gli stessi governi, per fronteggiare l’emergenza pandemica, hanno spesso emanato regole di discutibile logicità, in un tira e molla che ha già interessato due inverni e due estati. Tutto è stato causato dall’incertezza, dall’inevitabile e cauto lavoro della scienza che sta cercando di fornire risposte basandosi sui dati scientifici, e non sulle chiacchiere, indispensabili per avere un quadro quanto più vicino alla realtà della situazione. Ha prevalso spesso l’emozione, se non il panico, e di questo mi duole pensare che i canali di informazione ne siano i principali responsabili. Nulla è più deleterio del terrorismo mediatico, a confronto di un più pacato e razionale racconto dei fatti. Chi si intende di comunicazione sa quanto l’opinione pubblica sia suggestionabile e quanto il fatto emotivo sia predominante nel ricevere una notizia. Attualmente ci troviamo in un pantano mediatico, in cui i media – tutti - non fanno altro che ripetere sempre le stesse parole, in quanto la notizia è sempre la stessa. Ciò non fa altro che anestetizzare l’opinione pubblica, stanca e talvolta confusa, incapace di percepire il reale stato dei fatti. Tuttavia, anche la pluralistica visione degli scienziati certo non aiuta con le opinioni discordanti, anche loro gettati nella mischia del carosello mediatico.

Per questo non si può negare l’esistenza di uno stato di confusione generale, con la sensazione sempre più tangibile che la normalità nell’ormai lontano 2019 fatichi a tornare.

Già, la normalità. In un mondo di per sé anormale, tra terrorismo e tragedie umanitarie, in cui è ostico combattere diseguaglianze di ogni genere, comunque non eravamo sottoposti a restrizioni che vincolavano la nostra quotidianità, quella più elementare, quella che esprime il nostro stato d’essere. Mi riferisco ovviamente ai limiti imposti alla vita sociale e individuale: i divieti di assembramenti, le mascherine, le paratie di plexiglas, i dispenser, il green pass. Appartiene a un lontano passato l’accedere liberi a un concerto, a una partita di calcio o riempire una discoteca; camminare ovunque senza il volto bendato, i bambini e ragazzi che possono fare tutte le attività scolastiche senza lo spettro della DAD sempre dietro l’angolo. Fa impressione pensare che le Olimpiadi di Tokio si siano svolte senza pubblico e che sia costante il pericolo che da un giorno all’altro si torni ancora a non poter uscire di casa. È tutto semplicemente grottesco. È una realtà che qualche anno fa avremmo visto solo in un romanzo distopico. In questo caso quella distopia è stato un presagio del futuro. Sì, perché talvolta il futuro lo si immagina duro, ma non così duro come il presente che stiamo vivendo. Ed è inammissibile l’idea che si sente spesso di una nuova normalità, perché quest’ultima non è confacente alla nostra umanità, libera per natura, che ci porta a pensare invece quanto non sia umano vivere con il terrore di aver dimenticato la mascherina per uscire o non poter lavorare perché non si ha il green pass.

Spesso mi viene il dubbio di vivere nella realtà, perché forse sto vivendo in un brutto sogno, forse mi sveglierò e dirò “era solo un sogno”. Magari fosse così.

Condannando le retoriche e le demagogie, voglio a fattor comune ricordare sempre e comunque tutti coloro che in questa pandemia hanno perso la vita in ogni parte del mondo, ai quali dobbiamo sempre volgere la nostra preghiera e il nostro rispetto. Loro la normalità non la vedranno più, mentre noi sono certo che presto o tardi la rivedremo, in questo riteniamoci dei privilegiati.

L’uomo, in tutta la sua storia, è sempre stato curioso del suo futuro, sebbene gli incutesse paura. Oggi dove cerchiamo delle risposte?

Come spesso ho detto rifacendomi alla filosofia, ogni istante diventa passato e quello successivo è futuro, che ha la caratteristica di essere ignoto e l’ignoto incute paura, perché non si conosce, è non-noto. Eppure, nonostante questo naturale timore, l’uomo è sempre stato attratto dal futuro, addirittura affascinato. Questo perché il nuovo, a differenza del vecchio, può dare un diverso corso alla nostra esistenza. Il problema però è che non conosciamo l’entità del nuovo, perché può essere un volo verso il cielo illuminato dal sole o il precipitare in un abisso oscuro. Le risposte sul futuro che vorremmo oggi, in questo preciso momento storico di pandemia, le cerchiamo più di sempre, affidandoci alla scienza o cercando di fare un’analogia con epoche del passato. Purtroppo, però, le variabili in gioco sono molteplici e sono governate dalla teoria del caos. A fattor comune, tuttavia, deve prevalere il buon senso per non dare spazio ad un utopico ottimismo o a un distopico pessimismo.

Prevedere il divenire avanti a noi e pensare a come possa essere il futuro sono due discorsi diversi? Potremmo parlare di futuro vs. futuribile?

Sono due discorsi assolutamente differenti. La previsione si basa su dati certi del presente, mentre il pensare come possa essere il futuro è soggettivo, basato sulle nostre opinioni, che traggono origine dalla impostazione del nostro pensiero.

Per questo possiamo prevedere che nel 2100 le acque del mare si saranno alzate basandosi sulle proiezioni dei dati oggi disponibili sui cambiamenti climatici, oppure riteniamo che ciò non succederà perché il nostro pregiudizio ci fa pensare che i cambiamenti climatici e le loro cause siano menzogne di menti catastrofiste.

Diversamente è il discorso del futuribile, cioè quello che siamo sicuri che non avverrà mai. Infatti il futuribile è una devianza impossibile della curva del tempo, che provocherebbe quindi un futuro impossibile. Ciò accade riguardo al verificarsi di eventi sui quali il nostro agire non può operare. Infatti, mentre le nostre azioni possono produrre un effetto che può dare al futuro un corso piuttosto che un altro, gli eventi non dipendenti dalla nostra volontà producono un effetto proprio e irreversibile che non possiamo modificare. In futuro e il futuribile sono due curve divergenti del tempo che non si possono incontrare, perché ciò è impossibile.

Pensi che la distopia possa venirci in soccorso per lenire, a mo’ di consolazione, le sofferenze attuali immaginando un futuro ancora più duro del presente o, al contrario, ritieni che contribuisca a distorcere la nostra percezione e alimenti così dubbi e timori?

È umano il fatto di pensare al peggio per avere l’illusione di lenire un duro presente. Tuttavia bisogna stare attenti, perché il pessimismo non è mai stato buon consigliere e tende a falsare la visione della realtà. La distopia può essere affascinante perché provoca emozione adrenalinica momentanea e in certi soggetti inclini a trarre piacere dal male provoca benessere. Vedere un film distopico (per esempio San Andreas, in cui c’è la narrazione del verificarsi del Big One in California) può essere anche divertente per chi ama questo genere, lo stesso dicasi per i romanzi. Tuttavia il catastrofismo gratuito lo ritengo deleterio per la nostra salute psichica, in quanto ogni psicoterapeuta vi consiglierà di pensare in positivo e di scacciare i sentimenti di sciagura.

In chiusura, quindi, secondo te come dovremmo guardare al futuro e quale messaggio dai attraverso il tuo saggio?

L’ho detto nell’ultima riga della domanda precedente: pensare sempre positivo. Farci pervadere sempre dalla speranza di un futuro migliore. Nel mio saggio do questo messaggio: facciamoci sedurre dalla speranza, che essa sia la nostra fede, il nostro nutrimento anche nei momenti più bui. Aggrapparsi alla speranza significa salvarsi, riuscire a sopravvivere, è la base del nostro istinto di autoconservazione. E la rinascita, la seconda opportunità, grazie alla speranza, c’è sempre stata nella storia anche dopo le catastrofi più gravi.

 

Antoine-Laurent de Lavoisier, chimico e filosofo francese disse “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma".

Intervista a cura di F. Ghezzani








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